Torneremo tutti perbene: lo dice la moda

L’efebo col gonnellino da sera, per piacere, quello no. E meno male che la brillante stilista Prada ieri ci ha rassicurato: «L’uomo deve vestirsi da uomo». Che è come dire che quando piove conviene aprire l’ombrello. Perciò la gonnella da sera indosso a un esserino smorto con gli occhioni bistrati va considerata una simpatica eccentricità. L’ultima, se siamo fortunati, di una lunga serie di gentiluomini con le paillettes. Del resto ormai da tempo la moda e la pubblicità ci hanno abituato a modelle accattivanti come SS e a modelli virili come le fanciulle pre-raffaellite di Dante Gabriel Rossetti. Stupirsi ancora? Per carità. Invocare il buon gusto? Ma via!

Giocare con l’unificazione dei sessi sembra essere stata la carta vincente di stilisti e copywriter, peccato che non ci sia nulla che venga a noia come la trasgressione. Soprattutto se la trasgressione è costosa. Ora, non vorrei fare dei discorsi un po’ alla Calderoli, un po’ brutaloni insomma, ma il pantalone con gli strass e la pelliccia che spazza a terra restano uno sfizio per gay ad alto reddito, mentre per la strada etero e gay, in rassicurante fratellanza, continuano a infilarsi in jeans e felpe, possibilmente comprati all’outlet.
Perché questi sono i tempi, niente affatto gai. E inutilmente gli stilisti ci fanno scintillare davanti agli occhi il seducente bagliore del lusso, i cachemire morbidissimi, le pelli vellutate. Come se il mondo fosse popolato di novelli Oscar Wilde che possono rinunciare a tutto ma non al superfluo, di Stelio Effrena e Andrea Sperelli che possono permettersi ancora di dannunzieggiare. I tempi, signori, sono duri, le tasse infuriano, il pan ci manca e non è più il caso di scherzare. Ed ecco che si riaffaccia, affiorando dalle nebbie del passato, una dimenticata figura: l’uomo. Anzi meglio: il signore. Il celebre e a lungo svillaneggiato «signore di buona famiglia» come lo disegnava Novello, il borghese che vestiva «distinto», badava alla qualità delle stoffe e andava in cerca di un buon sarto, cercando magari di risparmiare qualcosina. È il ritorno alla sobrietà, annunciato a gran voce dai signori della moda maschile, il «rappel à l’ordre» che risuona da un atelier all’altro. Basta con l’«omo-moda», basta con gli esibizionismi volgari, torniamo a vestir bene. Sarà vero? Non vedremo più boa di struzzo e riappariranno le vigogne? Spariranno i velluti stretch e per le strade passeggeranno cappotti di cammello e giacche di tweed?

Ma sì, ma sì, sogniamo. Ci accompagneremo a signori di quelli che piacevano a Irene Brin, che non si presenterebbero mai in televisione senza cravatta e con i pantaloni stazzonati, ma indossano buone camicie sotto la giacca e magari - addirittura! - il gilet, un tempo chiamato panciotto. E abbandoniamoci a sogni ancora più arditi. Questo signore, ben rasato e sobriamente profumato di una colonia secca, per la strada ci darà la destra, come si conviene, e ci cederà sempre il passo, fuorché al ristorante dove aprirà per primo la porta per controllare che la situazione non possa essere spiacevole per la signora. Perché nulla ci toglie dalla testa che il buon vestire si accompagni alla buona educazione. Che dentro un abito di buon taglio ci siano anche pensieri garbati e parole convenienti. E quindi arriviamo fino alla folle illusione che il signore sobrio indossi di nuovo il cappello e incontrandoci per la strada se lo tolga con un sorriso. Che cosa dite? Be’ sì, non bisogna esagerare.