«Torno alla Scala violinista e direttore»

I l greco Leonidas Kavakos, uno dei massimi violinisti della sua generazione, è bruno e schivo. Quasi, quando suona, volesse scomparire dietro il muro di una musica densa di pathos mediterraneo tenuto sotto controllo dal rigore. Strumentalmente Kavakos, che utilizza di preferenza uno Stradivari Falmouth 1692 (ma quanti sono gli esemplari pervenuti della nostra tradizione litaia? pare 550 in tutto), è virtuoso eccellente e inteprete raffinato. Uno che accosta alla padronanza una sensibilità tesa e nervosa e forte personalità.
Domani alla Scala (con anteprima pro Buzzi questa sera alla 20) per la stagione Filarmonica Kavakos torna, amatissimo, per l'ennesima volta, appunto, come direttore e violinista. Il fulcro del programma, che apre sull'Ouverture dell'Oberon di Weber e chiude sulla Quarta di Schumann, è il Concerto per violino n.2 op. 64 di Mendelssohn. Da una lato c'è Kavakos nel duplice ruolo e dall'alto la presenza alle celebrazioni per il duecentocinquantesimo della nascita del compositore. Il concerto si svolge all'insegna del romanticismo tedesco: fantastico quello di Weber, tormentato quello di Schumann, ricco di felice invenzione melodica quello di Mendelsshon.
Il violinista nasce all'arte con un Sibelius '85 e si afferma con un Paganini '88. Non disegna il far musica insieme. Ama anche dirigere. Oggi la sua orchestra è la Camerata Salzburg ereditata, nel 2007, da Roger Norrington. In patria, al Megaron di Atene, guida da tempo un importante festival. Il suo talento gli ha aperto le porte delle sacre mecche e il cuore dei grandi direttori. John Tavener che gli ha dedicato il Concerto per violino Mahashatki. Tra i tanti allori anche l'Abbiati 2007 come miglior solista. Intanto è sempre più intenso l'impegno direttoriale. Suonare e dirigere è certo un'esigenza personale, ma anche una consuetudine di tempi che hanno abbattuto i diaframmi. Valga per tutti l'esempio di Barenboim e dell'ingrale dei Concerti di Beethoven. L'impegno non è esente da rischi. Lo stesso «maestro scaligero» è infatti incorso in qualche incidente durante l'esecuzione dell'Imperatore. Insomma, per eccellente che uno sia, concentrarsi sul proprio strumento e tenere a bada una grande orchestra è sempre pericoloso. A meno che non si tratti di complessi (due?) che suonerebbero con senso d'assieme anche privi guida.
Il direttore non finirà col penalizzare il violinista?
«Ho sempre amato la direzione. Ma da quando mi sono trovato a dirigere la Salzburg, ho capito come suonare e dirigere siano attività complementari destinate a potenziarsi reciprocamente. Il repertorio per violino è vasto. Ma quello orchestrale, sconfinato, non può che arricchire, a tutto vantaggio dello strumento».
Come lavora con la Camerata Salzburg?
«Mantenendo il suo repertorio, che era solo classico, ma ampliandolo con altri autori, anche contemporanei: Sibelius, Debussy, Henze».
Il suo rapporto con la Grecia?
«Mi sono formato e vivo lontano dalla Grecia. Adesso ho creato un ponte portando ogni anno la Salzburg a Atene. Il mio sogno sarebbe quello di dar vita ad una associazione di supporto ai giovani talenti in modo che il mondo potesse vantare anche una Orchestra Greca».