"Torno a vivere da solo e recito con Don Johnson"

Esce il 28 novembre il film in cui Jerry Calà, l’ex gatto di Vicolo Miracoli interpreta un cinquantenne single di ritorno

Roma - Che ci fanno Jerry Calà & Don Johnson insieme in un film? Due mariti scontenti e impenitenti, esauriti dalle rispettive mogli, in una Milano prenatalizia dove accade di tutto. La strana coppia, per nulla gay, è la sorpresa di Torno a vivere da solo, quinto film da regista dell’ex gatto di Vicolo Miracoli. Si vedrà, distribuito dalla Eagle Pictures, il 28 novembre. Calà se l’è cucito addosso, riversandovi dentro esperienze autobiografiche e confidenze amicali, nell’ambizione di dipingere un ritratto, «divertente ma non volgare», di una certa condizione esistenziale dell’homo italicus cinquantenne. Vado a vivere da solo, nel 1982, fu il suo primo film da protagonista, firmava l’esordiente Marco Risi. Un successo, incassò più di 4 miliardi di lire. Ventisei anni dopo arriva un sequel che tale non è: se non nell’assonanza del titolo e nel nome del personaggio principale, Giacomo, appunto Calà, con qualche chilo in più e capello in meno. Del resto, chi non cambia? Forse solo Don Johnson, l’ex sbirro Armani-style di Miami Vice, che a 58 anni s’è presentato asciutto e aitante, solito sorriso da simpatica canaglia. E sì che tra matrimoni turbolenti (Melanie Griffith), alterne fortune e cure disintossicanti, non s’è fatto mancare niente. Nel film è Nico, il «guru» dei separati: un vitellone meneghino che, benché maritato con una sexy-sventolona arricchita venuta dall’Est (Eva Henger), ama troppo le donne per non combinare guai.

Agosto febbrile per Calà: 57 anni, due matrimoni alla spalle, il primo con Mara Venier, il secondo con l’amata Bettina che gli ha dato un figlio, Johnny. «Lo so, il nome suona strano, avevo pensato a Salvatore, come mio padre, ma io vivo a Verona. Umberto Smaila i suoi figli li ha chiamati Roy e Rudy. Alla fine, però, sembriamo i Soprano». Di stanza in Costa Smeralda, Calà ogni mercoledì e venerdì si esibisce alla Capannina di Viareggio con un’orchestra di nove elementi. Una sorta di Jerry Calà Show che fa il tutto esaurito: tra canzoni anni 60, battute da stand-up comedian, riflessioni sull’esistenza. «Ormai è il mio secondo lavoro da quando non si fanno più tre film all’anno». L’ultimo, non proprio memorabile, è Vita smeralda, del 2006. Uscì a metà luglio con l’idea di sfotticchiare un certo culto della vacanza da ricchi in Sardegna. «Lì facevo me stesso. Qui interpreto un personaggio sfaccettato, anche patetico, contraddittorio. Ho voluto raccontare la vita della nuova famiglia allargata. Ciò che capita a un cinquantenne che torna single: i rapporti con l’ex moglie, gli strascichi legali, lo scambio dei figli, “gli ostaggi”, ogni venerdì, i flirt cercati, gli amici ritrovati. Un manuale su come sopravvivere al divorzio in serenità».

Nel film Giacomo è un agente immobiliare. I figli non lo salutano più, la moglie napoletana (Tosca d’Aquino) vuole mettere su un’impresa di catering spinta da un’amica americana tutta sesso (Randy Ingermann). «Un giorno, esausto, mi guardo allo specchio.“Non sono invisibile”, dico e decido di trasferirmi nel mio vecchio loft dalle parti dei Navigli». La tana è inabitabile: muri scrostati, cimeli impolverati, tubature fatiscenti. Penserà Enzo Iacchetti, nei panni del socio Ivano, a ingaggiare un architetto alla moda per rendere il loft terribilmente trendy. E lì, solo lì, scatterà, a mo’ di autocitazione, l’imperdibile: Libidine!».

Nel cast c’è anche Paolo Villaggio, che fa il padre di Giacomo. «Paolo è fantastico», scandisce Calà. «Anche lui non ne può più della moglie, cioè di mia madre. Alla fine, incoraggiato dal mio esempio, molla tutto e intraprende una vita randagia, da senzatetto. Mi crede se le dico che l’incontro con Piero Mazzarella, un barbone filosofo incontrato in stazione, è un piccolo capolavoro di comicità?».

Lo prendiamo in parola. Intanto ci facciamo raccontare com’è nato il sodalizio con Don Johnson. «Gli mandammo il copione in inglese, senza troppe speranze. Ci fece sapere che s’era divertito a leggerlo, gli piaceva l’idea di girare a Milano, ma aveva ancora qualche dubbio. Per fortuna andò a pranzo in un ristorante di Los Angeles frequentato dai divi. Il cuoco italiano è un mio fan. “Jerry is a number 1”, gli disse. Bastò a convincere Don, definitivamente». Chissà se è andata proprio così. L’idea di Calà era di farlo recitare in italiano, magari con forte accento, ma l’attore non se l’è sentita. «Temeva di perdersi, di risultare poco espressivo. L’abbiamo doppiato in milanese. Ma sul set era sempre pronto, le battute imparate a memoria, gran professionista. Fuori del set un po’ viziato, come tanti suoi colleghi». Rapporto facile? «Avevo un po’ di timore reverenziale. Lui sdrammatizzava. “You are the director”, sei tu il regista. Mi ha svelato trucchi e segreti del mestiere. Ai tempi d’oro giravano una puntata di Miami Vice in sei giorni. Incredibile. Una sera, a inizio riprese, gli ho offerto un bicchiere di vino. Mi ha guardato storto: “Non ti conviene che io beva, non ora”. Non ha mai sgarrato».