Toronto diventa tricolore: Bargnani si porta a casa Belinelli

Dai e dai, alla fine il bersaglio è stato centrato: Toronto. Appurato che Marco Belinelli faticava a trovare spazio nei Golden State Warriors, le voci di mercato, quasi sempre originate dall'Italia, lo hanno collocato di volta in volta a Phoenix, New Jersey, Toronto, in questi due anni. Motivazioni labili, a volte: a Phoenix c'era (all'epoca) Mike D'Antoni, propugnatore di uno stile di gioco libero cui il bolognese poteva adattarsi presto e ben disposto, luogo comune voleva, verso gli italiani; a New Jersey c'era bisogno di lui, per la mediocrità della squadra; e a Toronto tornava vivo il valore nazionalistico, anzi continentale, vista la composizione della squadra e dello staff dirigenziale, nel quale ricopre un ruolo molto importante Maurizio Gherardini, l'ex responsabile della struttura cestistica della Benetton. Buona la terza, finalmente, ma l'elemento etnico e tattico è valido: i Raptors, preso un mese fa Hidayet Turkoglu, erano arrivati a quota cinque europei, e Belinelli è il sesto. Sciocco pensare che Toronto costruisca il roster guardando alla nazionalità, pratica che nella Nba non fa nessuno, legittimo però credere che l'impostazione sia dovuta ad un saggio ragionamento: con l'uomo di punta in Chris Bosh, certo, ma tre colonne come Turkoglu, il playmaker spagnolo José Calderon e Andrea Bargnani (appena rimesso sotto contratto), più un allenatore canadese ma uomo di mondo come Jay Triano, ci sta che l'idea sia quella di una squadra che si allontana dalla filosofia di attacchi Nba concentrati su una stella da 25 tiri a partita e replichi atteggiamenti tattici del Vecchio Continente. In più, certamente Toronto è città che si presta, perché bella nelle zone in cui normalmente si può aggirare un atleta professionista, e pazienza se il vento gelido del lago ti sega via qualsiasi parte del corpo non protetta: risulta che a basket si giochi ancora al coperto e i disagi di Belinelli nella Nba non erano dovuti al clima (a San Francisco!) ma ai pochi minuti di gioco ottenuti nonostante il buon uso fatto, specialmente nel corso della stagione scorsa, la seconda. Si era poi fatto male alla caviglia e non si era mai rimesso a posto del tutto, chiudendo senza giocare nell'ultimo mese, ma nel periodo tra dicembre e gennaio aveva avuto 13.2 punti di media, con record personale di 27 il 19 dicembre ad Atlanta. Era anche diventato il miglior difensore dei Warriors tra i piccoli, ma il suo destino era segnato: ai vecchi compagni di squadra, compreso Anthony Morrow che in summer league è esploso, si erano aggiunti dal mercato Speedy Claxton e Acie Law e dal draft Stephen Curry. Evidente, ma solo sussurrato, il disappunto di Belinelli, che guadagnerà 1.100.000 euro nel terzo anno di contratto allungabile di ulteriori 12 mesi entro il 31 ottobre, verso il coach Don Nelson, che in nome di un nazionalismo fin troppo esplicito è invece stato trattato qui in Italia come una specie di rimbambito, per non avere dato spazio al bolognese. Calma: Belinelli è giocatore Nba vero, ma non è che a togliergli spazio fossero delle sagome di cartone. Ora però può fare bene, e in una squadra con un futuro prossimo molto più promettente che non Golden State.