La Torre Galfa, un grattacielo finito in soffitta

La questione dei grattacieli nella nostra città è una vicenda sempre tormentata, criticata e discussa. Gli ultimi fatti, come lo stop delle diverse parti alla costruzione di via Botticelli e l’abbandono dopo tanto chiasso del cantiere della Torre delle Arti in via Principe Eugenio, si sommano alla inconsueta situazione del quarto edificio per altezza nella storia di Milano di oggi: il grattacielo Torre Galfa. Così chiamato dalle iniziali delle due vie che lo affiancano, Galvani e Fara, rappresenta oggi uno dei vecchi protagonisti di quella Milano che, al fuori di ogni esibizione figurativa, esprimeva concetti di modernità e di appartenenza della città a una cultura internazionale, in una stagione irripetibile e allo stesso tempo un vero simbolo dell'evoluzione tecnologica applicata all'architettura.
Parte integrante di quel centro direzionale della capitale finanziaria italiana mai terminato, il Galfa fu ideato nel 1956 dall'architetto Melchiorre Bega e abitato nel 1959. Nacque come sede della Sarom e della B.P Italiana, ma nella metà degli anni Settanta passò alla Banca Popolare di Milano, che lo usò per circa 30 anni. Nel 2006 fu venduto ad una società e da allora risulta vuoto in attesa di una ristrutturazione. Un'opera architettonica non certo di secondo piano, se il grande Giò Ponti, che praticamente in contemporanea lavorava al Pirelli, così si espresse: «La Torre Galfa che con la sua altezza arricchisce lo spettacolo dell'architettura di Milano, là dove essa, nel quartiere direzionale, si rappresenta nella sua vitalità, costituisce una parte eminente di quella creazione ambientale i cui aspetti milanesi suscitano tanto interesse non solo in Europa».
La questione grattacieli non potrà che trovare un suo equilibrio e un suo volto definitivo non prima che tutte l'area di Porta Nuova sia terminata, anche se contraddizioni e polemiche tra città e architettura difficilmente si chiuderanno.