Torsello libero: «Temevo che mi uccidessero»

L’ostaggio preso in consegna da uomini del Sismi. L’ambasciatore Sequi: «Nessun riscatto pagato»

Fausto Biloslavo

Incatenato, al buio, ha temuto che lo uccidessero, ma si è fatto forza pensando alla famiglia che trepidava per lui in Italia. L’incubo di 22 giorni in ostaggio di una banda di tagliagole afghani è finito per Gabriele Torsello, il fotografo pugliese liberato ieri mattina lungo la stessa strada dove era stato rapito. Ad annunciarlo è stata Emergency, l’organizzazione umanitaria fondata da Gino Strada, che non gradisce la presenza dei soldati italiani in Afghanistan, ma ha collaborato con il Sismi, il nostro servizio segreto militare, centrando l’obiettivo della liberazione del fotografo free lance sequestrato il 12 ottobre. Attorno alle dieci di ieri mattina, le 13 e 30 in Afghanistan, i rapitori hanno telefonato per l’ennesima volta all’ospedale di Emergency di Laskargah, l’ultimo posto dove Torsello era stato visto libero. Chi parlava a nome della banda ha spiegato che l’italiano sarebbe stato lasciato andare lungo la strada che porta a Kandahar, l’ex capitale spirituale dei talebani. «Un membro afghano dello staff di Emergency, viaggiando nella direzione indicata, ha trovato Gabriele Torsello e lo ha accompagnato da incaricati del governo italiano», si legge nel comunicato dell’Ong. Il sito Peacereporter, braccio mediatico di Emergency, ha pubblicato la prima foto di Torsello libero. Sorridente, barba e capelli lunghi, ancora bagnati dopo un’agognata doccia, con indosso una camicia bianca pulita.
«Sono felice, sono felice. Sto bene», è la prima frase pronunciata da Torsello, che ha raccontato ai giornalisti pacifisti i momenti più difficili della prigionia. «Non ho mai visto la luce durante il sequestro. Mi tenevano sempre incatenato e chiuso in una stanza, con una catena lunga mezzo metro legata a un piede. Solo ieri sera (la notte prima della liberazione nda) ho visto la luna», ha detto Gabriele. L’ostaggio è stato spostato quattro volte e le condizioni della prigionia sono andate peggiorando. I banditi lo tenevano in stanze anguste, dove mancava l’aria, perché finestre o pertugi venivano tappati con teli di plastica per evitare che riconoscesse i luoghi circostanti.
«Pensavo sempre alla mia famiglia quando ero prigioniero, tanto che per dei periodi riuscivo ad assentarmi e a immaginare di essere altrove. Poi vedevo la catena al piede e mi rendevo conto che era solo un sogno», spiega Torsello sul sito di Peacereporter. Convertito all’Islam, il fotografo di 36 anni all’inizio leggeva il suo Corano in inglese, che però dopo uno spostamento è sparito. Il momento più drammatico l’ha vissuto una notte quando i rapitori «sono arrivati e uno mi ha preso e portato fuori, senza farmi mettere le scarpe e senza bendarmi, cosa che facevano sempre. Mi tirava forte, io avevo le catene, non riuscivo a stargli dietro e dovevo saltare per seguirlo. Ho pensato che mi avrebbero ucciso. Poi invece mi hanno messo in macchina e mi hanno spostato». Durante il Ramadan, il mese del digiuno islamico, al mattino beveva del té e la sera mangiava patate e pane afghano affogato in una zuppa ricavata dal grasso di montone.
L’unico contatto umano era con chi gli portava il cibo: «Cercavo di comunicare un po’ in urdu e un po’ in pasthun (lingue parlate in Pakistan e Afghanistan nda) per le esigenze di base, ma si trattava di quattro minuti al giorno. All’inizio avevo la possibilità di lavarmi, ma l’acqua a disposizione era poca. Per fare i bisogni ho utilizzato una lattina tagliata a metà». Torsello ha vissuto un altro momento difficile «l’altra notte quando c’è stato un bombardamento. Sentivo delle esplosioni molto forti, vicino al posto dove stavo». Il fotografo si è reso conto di essere in salvo solo quando l’hanno spostato da un veicolo a un altro «dove ho visto delle facce di italiani e ho capito che ero libero». Probabilmente si trattava degli uomini del Sismi che l’hanno preso in consegna per riportarlo in Italia, dove arriverà oggi. «È stata una trattativa molto difficile, che a volte ci ha fatto temere per la vita dell’ostaggio», ha dichiarato Elisabetta Belloni, capo dell’Unità di crisi della Farnesina, a Rai News 24. Da Kabul, l’ambasciatore Ettore Sequi ha sostenuto che «non è stato pagato un riscatto», ma i rapitori hanno sicuramente ottenuto qualcosa in cambio, magari sotto forma di aiuti umanitari.
Prima di lasciare l’Afghanistan, Torsello ha espresso il desiderio più sentito: «Voglio andare ad Alessano (dove è nato nda), dalla mia famiglia. Li abbraccio tutti, ci vediamo lì».