La torta dello spettacolo

Vi racconto cos’è il Fus, Fondo Unico dello Spettacolo. Alla fine del racconto valuterete voi se il Fus non sia diventato un meccanismo perverso e ingiusto. Per il sostegno di questo Fondo, per evitare che ad esso siano fatti dalla Finanziaria dei tagli, si sono mossi il mondo più illuminato e quello più spento della cultura italiana, gridando allo scandalo e inveendo contro i barbari che stanno al governo.
Premetto che lo spettacolo se non svolge una pura e semplice attività commerciale ma ha pretese di ricerca culturale deve avere inevitabilmente un sostegno economico statale, cosa che accade nei Paesi europei, mentre in America non c’è finanziamento pubblico ma interamente privato con la deduzione fiscale integrale delle somme versate. Sistema auspicabile anche da noi.
Come sono erogati gli aiuti economici statali, fra l’altro inferiori a quelli delle grandi nazioni europee? Prima del 1985 in modo disorganico, attraverso avanzi di bilancio, assestamenti di bilancio, riequilibri finanziari. Quei soldi li prendeva chi riusciva a fare la voce grossa, chi aveva aiuti politici, chi presentava il peso della propria tradizione e un’indiscutibile qualità artistica. Una situazione, come si capisce, indefinita e arbitraria.
Nel 1985 viene inventato il Fus. Cos’è? Immaginate una torta divisa in sei fette, che vengono distribuite a sei diverse realtà artistiche. Le fette sono assolutamente diverse e sproporzionate tra loro. Eccole: Enti Lirici (si prendono una fetta che corrisponde al 47,81 per cento dell’intera torta), Attività Cinematografica (18 per cento), Prosa (16,68 per cento), Musica (14,07 per cento), Danza (1,74 per cento), Circhi (1,51 per cento). Poi parlerò di queste differenze.
Come si entra nel Fus? Qui incomincia il bello. Praticamente (sottolineo «praticamente») chi c’è c’è, chi non c’è s’arrangia, e quelli che ci sono si scannano per non perdere privilegi e, possibilmente, cercano di fregare l’altro. In sostanza, non c’è spazio per l’entrata di nuove realtà artistiche. In teoria, ognuno di quei sei settori prevede una propria normativa per l’accesso e per l’espulsione dal Fus.
Per esempio, nella Prosa c’è una verifica dell’attività per tre anni, ma tuttavia, per tutti i settori i criteri di valutazione sono strettamente quantitativi, e cioè quanti spettacoli vengono fatti in un anno (se fanno schifo non importa), quanti sono i lavoratori dipendenti, quanti i contributi versati. Ma non entrano nella valutazione né il numero degli spettatori, né gli incassi.
E la qualità degli spettacoli? Non si può giudicare, dice il Fus, perché non è quantificabile. Per la verità, sempre nella Prosa, il 75 per cento del contributo del Fus viene erogato in base al criterio della «quantità», il 25 per cento della «qualità». Ma, appunto, per valutare la qualità la commissione giudicatrice di nomina ministeriale dovrebbe vedersi tutti gli spettacoli teatrali presentati in Italia, leggersi tutte le recensioni... impossibile e poi il litigio sarebbe infinito. Dunque, criterio di valutazione esclusivamente quantitativo. Di conseguenza, dal Fus si esce soltanto quando si è morti, e nessuno si prende la briga di sopprimere i moribondi, che vegetano nel Fus coi soldi della gente.
Torniamo adesso alla ripartizione dei settori. Abbiamo visto che la Lirica da sola si mangia la metà della torta, e a divorarsela sono soltanto tredici enti lirici (più uno). Lo scandalo non è che sono soltanto in tredici al banchetto, ma di questi tredici, valutando qualità e capacità di impresa, potrebbero rimanere in vita soltanto sei (Milano, Venezia, Roma, Firenze, Napoli, Palermo). Tra l’altro, sapete come viene spesa da quei tredici la mezza torta del Fus? Essenzialmente per far fronte ai costi di gestione e di personale che sono più alti dei costi di produzione.
Ora mi si dica se il meccanismo del Fus non è perverso, se i costi della Lirica non sono folli, se non è doveroso tagliare alcuni enti lirici, se non è giusto ripensare alla ridistribuzione delle quote per settore. Perché così com’è, il Fus oltre che perverso è anche ingiusto.
Per esempio, l’ingiustizia colpisce la Biennale di Venezia. Davide Crof, il suo presidente, ha ragione nel dire che se si taglia il 30 per cento del Fus la Biennale chiude. Perché? Tanto per semplificare, essendo la Biennale l’insieme di spettacoli di prosa, di musica, di cinema eccetera, essa deve pescare da ogni settore un po’ di soldi. Se vengono tagliati i finanziamenti al Fus la Biennale non saprebbe più dove prendere i quattrini per la sua stessa esistenza.
E, ancora, andrebbe fatto un bel ragionamento sul modo in cui sono distribuiti i quattrini per le produzioni cinematografiche, per i festival e per le sale. Sarà per un’altra volta.
Dunque, che ci debbano essere soldi statali a sostegno dello spettacolo che fa cultura è fuori discussione, quello che va messo in discussione è la ripartizione e il fallimentare meccanismo del Fus. Certo, bisognerebbe prima riformare il Fus e poi tagliare i finanziamenti, o, meglio ancora, aumentarli una volta che si è consapevoli che i soldi non sono buttati dalla finestra, perché coloro che davvero vengono penalizzati dalla riduzione dei fondi sono le realtà culturali d’eccellenza che vivono al margine delle loro possibilità finanziarie. Quelle mediocri sopravvivono comunque.
Un criterio per incominciare a riformare il Fus ci sarebbe, ed è quello adottato dall’assessorato alla cultura del Comune di Milano. In due parole, mentre oggi il Fus finanzia una realtà artistica semplicemente perché esiste, l’assessorato di Milano finanzia una realtà artistica in base a quello che fa.