LA TORTA PASQUALINA COME MINIERA D’ORO

Caro dottor Lussana, le mie vacanze in montagna nelle scorse settimane mi hanno impedito di seguire, se non saltuariamente su Internet, il dibattito sviluppatosi sul Giornale a proposito di cultura. (leggere Il Giornale sullo schermo del computer non è come poterselo sfogliare tra le mani assaporandone anche l’odore...).
Ma ho apprezzato alcuni interventi che ho potuto seguire, come quelli di Lauro, di Caron e di Bruno, come altrettanto ho apprezzato le sue risposte. Ricordo quando le scrissi per la prima volta, nel 2004, lamentando proprio la mancanza di approfondimenti sulla nostra cultura locale e ricordo la sua risposta con l’impegno a fare di più, pur tenendo conto di tante esigenze di cronaca che un giornale non può sottovalutare. Da allora il nostro Giornale, sotto ogni punto di vista, ha fatto grandi passi avanti, rivelandosi un foglio vivo e partecipato dai lettori; mi auguro che anche le copie vendute abbiano registrato incrementi soddisfacenti. Ma tornando alla cultura, oggi lei sottolinea l’aspetto culturale della gastronomia, che in Liguria decisamente non è affatto considerato. E la conferma viene anche dal pezzo di Gianni Petrelli, nella rubrica «La saletta del gusto». Condivido pienamente quanto Petrelli scrive, pur essendo stato in anni passati promotore io stesso di sagre di paese: nel 1972 fui tra gli organizzatori della prima Friscioladda di San Giuseppe a Bogliasco. Ma dopo più di trent’anni le cose sono molto cambiate, ed oggi non ha più senso offrire in una sagra i «pansoti» prodotti dal noto pastificio di Sori, il vino venduto al supermercato, o, appunto, i funghi della (...)