«Torturammo un terrorista ma abbiamo salvato molte vite»

Il racconto di un ex della Cia: anche i democratici sapevano

da Washington

Per la prima volta la tortura ha un nome (anzi due), un luogo, una data. Sappiamo come si fa, come funziona, i suoi effetti, la sua durata: 35 secondi in tutto e l’«inquisito» ha cominciato a confessare tutto. Il luogo fu una prigione segreta della Cia in Pakistan, la data pochi giorni dopo la strage terroristica a Manhattan, a «parlare» fu Abu Zubaydah, un esponente di Al Qaida considerato fra gli organizzatori dell’«11 settembre». Ieri ha confessato una delle persone che hanno praticato l’interrogatorio, un ex agente della Cia che si è presentato con nome e cognome: John Kiriakou.
Ora il mondo sa tutto: anche che l’interrogatorio fu interamente registrato su un video, che però è stato distrutto - lo si è saputo ieri l’altro - per ordini superiori negli archivi della Cia due anni fa. Quasi contemporaneamente il Congresso di Washington ha ordinato un’inchiesta sulle pratiche illegali usate nella «guerra al terrore» dall’amministrazione Bush e i democratici hanno sollevato lo scandalo. Sempre per «coincidenza» poche ore dopo si è venuto a sapere che alcuni leader dell’opposizione (fra cui Nancy Pelosi, presidente della Camera) erano stati informati e consultati sulle «tecniche di interrogatorio» che si intendeva usare e, a quanto pare, non sollevarono obiezioni.
La testimonianza di Kiriakou darà nuovo vigore alle polemiche ma nello stesso tempo chiarisce diverse cose. Catturato in Afghanistan, Zubaydah fu trasportato in Pakistan e interrogato a lungo e sempre rifiutò di parlare. Fu dunque trasferito in una prigione segreta, disteso con i piedi rialzati e la testa verso il basso, il naso tappato da un cellophane e gli fu fatta scorrere a forza dell’acqua in gola. «Ha resistito 35 secondi - ha raccontato Kiriakou alla Washington Post - poi si è deciso a parlare e ha raccontato cose interessanti, che forse hanno contribuito a salvare delle vite umane». L’amministrazione Bush ha sempre fatto distinzioni fra questa tecnica chiamata «water boarding» oppure «annegamento simulato» e la tortura, che è vietata dalle leggi internazionali ed è incostituzionale in America, ma Kiriakou, alla domanda se il «water boarding» sia una forma di tortura ha risposto seccamente di sì. La sua testimonianza inasprirà le polemiche, proprio in coincidenza - casuale questa - con l’offensiva terroristica in Algeria.