Tosatti, il Direttore col pallone nel cuore

«Ti cerca il direttore». Quattro parole, un colpo al cuore. La voce della segretaria non concedeva vie di fuga. Incominciavo a pensare e a tremare perché Giorgio Tosatti era il Direttore come un tempo si doveva, come il Direttore a scuola, come il Padre che ti brucia con un semplice sguardo.
Adesso ne scriveranno anche coloro che lo hanno insultato e offeso per le storie vigliacche di Calciopoli, diranno di lui cose raffinate anche coloro che lo consideravano il grande vecchio astuto, non del giornalismo ma di molte cose, non soltanto del football ma dello sport intero. Fa lo stesso, il corteo degli uomini di circostanza è lungo, Tos lo aveva previsto, con il suo sorriso che era un ghigno malefico. Oggi avranno la testa china, domani torneranno a schizzare fango.
Tifava per il Toro e per il Zena, roba sanguigna come sapeva esserlo lui quando il giornalismo non aveva orario e mandava odori di piombo e di carta umida. Si era fatto crescere baffi da tricheco e spediva lezioni a tutti, dico negli anni de Il Corriere dello Sport, compilando quotidianamente il mattinale, una specie di verbale su errori ed omissioni ma anche chicche e scoop, pagina per pagina di quel giornale che era diventato suo in tutto, o quasi. Quando il messaggio finiva sulle scrivanie o veniva trasmesso per telefax, erano attimi di paura, come alla lettura della pagella scolastica e degli scrutini per l’ammissione agli esami. E allora scambiavi le occhiate con i colleghi, sperando di non essere finito tra gli incapaci, gli inetti, perché altrimenti sarebbe stata un’altra giornata di polvere e fatica.
Non gliene fregava niente del look e dello stile, fumava sigari puzzolenti, vestiva in modo inguardabile ma sapeva trastullarsi con i piaceri della vita che passano dalle letture alla buona tavola alle zingarate con gli amici di redazione, senza trascurare gli amori. Quando arrivava il 4 maggio, ogni anno, data della tragedia di Superga, erano in molti a chiedergli un ricordo del padre, Renato, giornalista, che se ne era andato anche lui con i campioni granata. Giorgio mal sopportava quella memoria, ne aveva scritto una volta e basta, ripetendosi negli anni, forse perché quel giorno del Quarantanove, fu uno dei portinai della Gazzetta del Popolo a dargli la notizia, così, come uno straccio bagnato sulla faccia di un bambino di undici anni: «Sai che è morto tuo padre?».
Il cuore deve essersi ferito quel quattro di maggio lontanissimo e invece vicino, troppo, a queste ultime ore. Soffriva e ingoiava fatica, continuando a opinare in tivvù (dalla Domenica Sportiva alle partite della nazionale) e alla radio e a scrivere, anche per Il Giornale prima di trasferirsi al Corriere della Sera. Il suo pallore, il suo incedere lento, appesantito erano crepe su un fisico forte e su un carattere ancora più tenace. Cinque anni fa i medici, dopo un controllo cardiologico, gli avevano dato poche speranze, ridotte addirittura a mesi. Giorgio lo ricordava quasi divertendosi per il pronostico sbagliato, come quello di certi esperti del totocalcio. Infatti ne era venuto fuori, arrampicandosi alla vita come in certe notti tra chiusure affannate e corse in tipografia, a strillare il titolo mondiale del 1982, ancor prima che l’arbitro fischiasse la fine di Italia-Germania al Bernabeu, ma con il fiuto e l’azzardo di uno che amava anche le carte da gioco e i cavalli da corsa. Si potrebbe dire il giornalismo di un tempo, se non si rischiasse di finire nel trombonismo e nella retorica a gettone che fanno parte del giornalismo di questo tempo. Tos, firmava così, spesso e volentieri, un piccolo accenno, tre lettere in fondo a un elzeviro o al riassunto della domenica di pallone. Non ti chiamava mai per nome, semmai con un diminutivo, oppure Fratello, per sottolineare l’amicizia e anche per crogiolarsi un po’. Il professor Viganò gli aveva sostituito il cuore malato con quello di un ragazzo. Mi aveva detto prima di Natale: «Fratello ce l’abbiamo fatta, teniamo duro e ci prenderemo molte rivincite, vedrai, stai sicuro».
Parlava forse a se stesso, sapendo che la tipografia stava per chiudere. Il mattinale oggi è un foglio bianco, con tre sole lettere in fondo.