La Toscana ricorda Leopoldo II primo ad abolire la pena di morte

Come Granduca promosse le bonifiche in Maremma e Val di Chiana, lo sviluppo dell'Accademia dei Georgofili, la libertà nel commercio dei grani, una nuova tariffa doganale e la liquidazione delle corporazioni di origine medioevale. Nel 1786 abolì il delitto di lesa maestà, la confisca dei beni, la tortura e l'esecuzione capitale

La festa si ripete ormai da nove anni, fu infatti disposta dalla Regione nel 2001, perché la Toscana con giusto orgoglio rivendica una straordinaria «primogenitura». Nel 1786 fu infatti il primo Stato ad abolire la pena di morte. Grazie all'intervento di uno dei sovrani più illuminati del Settecento, Peter Leopold Joseph Anton Joachim Pius Gotthard von Habsburg-Lothringen. Più brevemente Leopoldo II, granduca di Toscana fino al 1790 e poi, negli ultimi due anni di vita, Imperatore d'Austria e del Sacro Romano impero. Nato nel 1747, nono dei 16 figli di Maria Teresa d'Asburgo e dell'imperatore Francesco I di Lorena, divenne Granduca a soli 18 anni. E fin dall'inizio fece capire lo zelo con cui aveva preso il prestigioso incarico: a differenza del suo predecessore Francesco Stefano, si stabilì a Firenze e iniziò subito un programma di profonda modernizzazione del Paese. Promosse la bonifica delle aree paludose nella Maremma e nella Val di Chiana, favorì lo sviluppo dell'Accademia dei Georgofili, introdusse la libertà nel commercio dei grani, liquidò le corporazioni di origine medioevale e introdusse una nuova tariffa doganale.
Ma la riforma che fece entrare Leopoldo II nella storia fu l'abolizione degli ultimi retaggi giuridici medievali: in un colpo solo abolì il reato di lesa maestà, la confisca dei beni, la tortura e la pena di morte grazie al varo del nuovo codice penale del 1786 che prenderà il nome di Riforma criminale toscana o Leopoldina. La Toscana sarà quindi il primo stato nel mondo ad adottare i principi di Cesare Beccaria, il più importante illuminista italiano che nella sua opera Dei delitti e delle pene invocava appunto l'abolizione della pena di morte. Su queste basi, ma solo ne 1885, dunque ben un secolo dopo, anche il Regno d'Italia cancellò definitivamente l'esecuzione capitale.
Nel 1790 alla morte del fratello Giuseppe II, sovrano non meno illuminato di lui, salì sul trono d'Austria assumendo i titoli di Re Apostolico d'Ungheria, Re di Germania, Croazia e Boemia, Arciduca d'Austria, Gran Principe di Transilvania e, ovviamente, Granduca di Toscana. Per la sua incoronazione Wolfgang Amadeus Mozart scrisse «La Clemenza di Tito», su libretto di Caterino Mazzolà, a sua volta basato su un melodramma del 1734 di Pietro Metastasio. Nell'opera si fa riferimento a un episodio della vita dell'imperatore romano che destina i doni ricevuti dai nobili a sostegno delle popolazioni di Pompei ed Ercolano colpite dall'eruzione del Vesuvio del 79. In questo modo volle ricordare un episodio simile che aveva avuto come protagonista Leopoldo: nel 1767, appena divenuto Granduca, al suo arrivo a Firenze trovò ad attenderlo una serie di doni da parte dei nobili. Doni che lui prontamente destinò alla costruzione di un acquedotto.
La Toscana dunque non poteva scordare un simile sovrano e per questo ha istituito una festa particolare in suo onore che si dipana nelle dodici province dal 19 novembre al 15 dicembre tra mostre, spettacoli teatrali, cinema e «lecturae».