Toscanini e i Visconti: si alza il sipario sulla Piermarini’s story

Alla prima del 1906 in teatro non c’è un posto libero. I più facoltosi pagano la poltrona in platea 35 lire, i militari spendono una lira per il loggione. Carrozze, signori col mantello e nobildonne imbellettate fanno da contorno all’evento dell’anno. È il 19 dicembre, il sipario si alza sulla Carmen di Bizet. Direttore d’orchestra: Arturo Toscanini. Un successone. In sala ci sono 1.276 spettatori. Tutti i numeri della prima Carmen alla Scala nel periodo della gestione viscontea sono scritti in bella calligrafia, senza nemmeno mezza sbavatura, sui registri della famiglia Visconti.
A sfogliare i grossi libroni ingialliti, si scopre un dietro le quinte alquanto originale, fatto di compensi, bilanci, registri di cassa, fatture. E si scopre anche che la prima rata dello stipendio di Toscanini per lo spettacolo ammonta a 7.500 lire. Da qui il titolo, secco, della mostra allestita all’Università Cattolica: «Prima rata Toscanini».
Raramente i numeri trasmettono il senso dell’arte. In questo caso non è così. Le stilografiche nere dei contabili di inizio secolo raccontano di incassi, perdite, donazioni delle famiglie più rinomate della città. Nel 1906 a fine stagione si registrano introiti per oltre un milione di lire. I libroni, conservati perfettamente, rimasero per anni nelle ville dei Visconti e transitarono anche a Macherio nella villa che oggi appartiene a Silvio Berlusconi. Poi, dagli anni Settanta, sono stati trasferiti negli archivi dell’università Cattolica.
La seconda Carmen messa in scena alla Scala durante la gestione dei Visconti di Modrone è del 1913. È la recita numero 79 del 27 marzo. Direttore: Tullio Serafin, che percepisce uno stipendio annuo di 30mila lire.
Negli archivi è stata anche trovata la copia della lettera che i Visconti hanno inviato a Margherita Dalvarez per scritturarla come protagonista dell’opera di Bizet. E poi ci sono le donazioni e le quote versate dalle famiglione milanesi, ancora intrise di nobiltà stile Ottocento. Tra i donatori, nei registri, figura anche Carla, moglie di Toscanini, residente in via San Vincenzo e titolare di due quote.
I carteggi raccontano anche di trattative per l’acquisto di un elefante da portare in scena per la rappresentazione dell’Aida nel 1901. Guido Visconti tratta con una famiglia circense ma non è soddisfatto dell’elefante comprato - a quanto pare un po’ troppo smilzo - e decide di rivenderlo. I registri narrano di tutti i preparativi, della richiesta di sovvenzioni e delle spese per le celebrazioni verdiane. Tra numeri e lettere timbrate con la ceralacca si scopre di abitudini diverse: nei pagamenti (che avvenivano ogni quindici giorni), nelle locandine (che non riportavano mai il nome del regista), nelle repliche (che arrivavano fino a 24 spettacoli).