Totalitarismo digitale Così il web sottomette l’individuo alla massa

B envenuti nell’era del totalitarismo digitale. Il web doveva essere una splendida opportunità per sviluppare le potenzialità dell’individuo. Invece ha preso un’altra strada, quella del «maoismo» informatico, in cui l’accento cade sempre sulle parole «collettivo» e «tecnologia»; mai su «individuo» e «libertà». Tesi radicale sostenuta da un pioniere del web, Jaron Lanier, nel libro You Are Not a Gadget: a Manifesto (Knopf, pagg. 208, 24,95 dollari). Il tipo non è certo sospettabile di essere un «luddista», tanto meno per partito preso. Lanier, nato a New York nel 1960, si è inventato la «realtà virtuale» (formula di suo conio) applicandola con successo alla fisica, alla neuroscienza e alla medicina. Lanier era in prima fila quando la connessione a internet era limitata ai centri universitari, l’aspetto grafico ancora da decidere, i motori di ricerca inesistenti. Collegarsi a un sito significava all’epoca compilare un lunghissimo numero prelevato da un faldone simile a un elenco telefonico. Allora, racconta lui, i giochi erano aperti. Oggi non più. Le scelte iniziali, per una serie di complicate ragioni informatiche, sono diventate standard ai quali non è possibile sfuggire. E nei quali è rimasta intrappolata una grossa preda: l’uomo.
Secondo Lanier i «totalitari cibernetici» o «maoisti digitali» provengono dalla cultura del no copyright, dalla comunità di Linux (il sistema operativo nato dal libero contributo di ricercatori di tutto il mondo), dai cultori delle Intelligenze Artificiali, dai profeti del cosiddetto web 2.0 (lo sviluppo della rete basato sulla «collaborazione» sito-utente, ad esempio i Social Network, Youtube, etc.), dagli innamorati di Wikipedia. Tutti quanti enfatizzano il ruolo della massa rispetto all’individuo, e credono che «una coscienza collettiva emerga dagli utenti del web, riecheggiando così alcune tesi marxiste e freudiane». Ma enfatizzare il ruolo della massa «significa sminuire quello degli individui», ridotti all’anonimato e insieme violati nella privacy proprio come accade nei regimi socialisti. Questa mentalità si spinge fino a tecnodeliri che dipingono scenari da film eppure, come testimonia Lanier, radicati anche e soprattutto nella comunità scientifica. C’è chi crede «che internet stesso possa prendere vita e diventare una creatura sovrumana» (di questo sarebbe convinto Larry Page, fondatore di Google). Oppure che le macchine, tra meno di vent’anni, prenderanno coscienza di se stesse, motivo per cui dovremo trovare un modo di convivere (teoria di Ray Kurzweil, importante inventore e guru del transumanesimo). Oppure, ancora, che l’uomo opterà per l’immortalità digitale, cioè scaricherà in rete, come un software, il proprio cervello e la propria memoria abbandonando il corpo alla sua sorte (ancora Kurzweil). Qualche esempio concreto degli obiettivi polemici di You Are Not a Gadget. Lanier contesta l’idea che sul web tutto debba essere gratuito, anche le opere d’ingegno come libri e musica. E vede come il fumo negli occhi le forme d’arte tipiche della rete, il remix e la cover, basate sul riutilizzo di materiale altrui. Infatti tutelare la proprietà intellettuale col copyright significa difendere il punto di vista individuale, «cosa che non è tra le priorità della nuova ideologia tecno-culturale». Lanier non risparmia bordate al mito dell’informazione via blog: la selva di siti finisce (con le dovute eccezioni) col creare la confusione ideale per nascondere i fatti: «Avremo più bloggers e meno Woodwards e Bernsteins» (i due giornalisti del famoso «Watergate»).
A fine mese uscirà in Italia La rivoluzione di Wikipedia (Codice edizioni) di Andrew Lih, amministratore dell’edizione inglese della enciclopedia on line e gratuita. Il libro racconta la storia di Wikipedia: nata nel 2004, oggi ha raggiunto la milionesima voce. La «rivoluzione» non sta nella mole ma nell’ideologia alla base del progetto. I contenuti sono generati dagli stessi utenti del sito e la possibilità di compilare (o modificare) una voce è aperta a tutti. L’intero sapere è così «sottoposto all’esame di centinaia di migliaia di persone (i suoi 60 milioni di accessi al giorno la rendono uno degli 8 siti più visitati al mondo)». E i «wikipediani» si definiscono «una comunità globale» accomunata dall’intento «di rendere libera la conoscenza». Secondo Lanier, Wikipedia invece è una aberrazione fondata sulla leggenda che il sapere collettivo sia inevitabilmente superiore alla conoscenza del singolo esperto e che la quantità di informazioni, superata una certa soglia, sia destinata a trasformarsi automaticamente in qualità.
C’è dell’altro. La tecnologia, giorno per giorno, cambia radicalmente chi ne usufruisce. L’immagine dell’uomo restituita dalla rete segue una logica binaria: uno-zero, sì-no, bianco-nero. Una semplificazione che alla lunga impoverisce l’idea stessa di persona. «Quando lo sviluppatore di una tecnologia digitale disegna un programma che ti chiede di interagire con la macchina come se fosse una persona, ti chiede di accettare, in qualche angolo remoto del cervello, che anche tu puoi essere concepito come un programma». Per questo le nuove generazioni cresceranno «con un’idea riduttiva di ciò che è una persona». Esempio di Lanier: i Social Network banalizzano il concetto d’amicizia e chiedono all’utente di riassumere la propria personalità in quattro parole. Si direbbe soltanto un bel gioco. Date tempo al tempo, dice Lanier, e quelle quattro parole diventeranno davvero la nostra identità.