Totoministri, l'ultimo nome: arriva il prefetto anti-Maroni

Carlo Mosca candidato al Viminale: è contrario alle impronte digitali per i rom Colle e neopremier: "Le voci sulla composizione della squadra? Solo fantasie"

Roma - Consultazioni flash. Nella Sala d’Onore spunta un gruppo dopo l’altro, uno ogni quarto d’ora, come all’ambulatorio delle Asl: mancano solo i numeretti. Giorgio Napolitano ha fretta, vuole dare un nuovo governo all’Italia prima della riapertura dei mercati. Alle sette di sera c’è il premier designato, Mario Monti, mancano però i ministri. Il professore ha bisogno almeno di un’altra giornata, l’elenco dei nomi slitta, il braccio di ferro continua.
L’unica certezza, al momento, e che sarà un gabinetto di tecnici. Monti in realtà lo voleva più politico, speravano che centrosinistra e centrodestra facessero entrare dei loro uomini nella squadra per «ancorarla» ai partiti. Ma su questo punto ha rischiato di saltare tutto: Pdl, e anche Pd, preferiscono mantenere una certa libertà d’azione e pure una doverosa distanza dai provvedimenti alla Churchill, lacrime sangue, che tutti si aspettano.
A sbloccare la situazione ci ha pensato il Colle, con una nota diffusa nel tardo pomeriggio. «Il Quirinale - si legge - non partecipa in alcun modo a qualsivoglia totoministri, considerandolo un esercizio del tutto gratuito e mette in guardia nei confronti di una confusa e arbitraria ridda di nomi e presunti candidati a cariche di governo». E lo stesso Monti, in serata. «Ho letto molte indiscrezioni e sentito molte voci. Sono tutte fantasie».
Dunque, via libera all’esecutivo dei tecnici, che, come chiede Angelino Alfano, non devono nemmeno essere di area o avere avuto «un impegno antigovernativo». Tramontano così le ipotesi che riguardano Gianni e Enrico Letta, Emma Bonino, Franco Bassanini. Da chiarire invece la posizione di Giuliano Amato: è da considerare tecnico o politico? Lui comunque sembra ancora in pista. «Bisogna ridare prospettive alla nostra economia - dice durante un convegno a Orvieto - rimotivare i giovani. Non si tratta di decidere dei destini degli altri, ma di farli camminare sulle loro gambe». Conclusione: «C’è un problema di ridare una motivazione morale all’economia». Ma per il Viminale spunta l’ex prefetto Carlo Mosca, fiero avversario di Maroni per la legge sulle impronte ai rom.
In calo appare invece Umberto Veronesi, che sconta il forte no del mondo cattolico e di una parte del Pdl. «Su queste materie - scrive l’Avvenire - l’Italia non può essere commissariata». Al suo posto potrebbe spuntare il rettore della Sapienza di Roma, Luigi Frati. Il nome nuovo per il Welfare è Carlo Dell’Aringa, docente di economia alla Cattolica di Milano, parecchio vicino alla Cisl. Ai Beni culturali, dopo la rinuncia di Paolo Baratta, si affaccia Salvatore Settis, famoso archeologo e storico dell’arte, ex direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa. Per l’Agricoltura si parla invece di Federico Vecchioni, un imprenditore del settore considerato legato alla fondazione di Luca Cordero di Montezemolo, Italia Futura.
Sono in salita le quotazione della robusta pattuglia bocconiana: il rettore Guido Tabellini potrebbe andare all’Economia. Il rettore della Cattolica, Lorenzo Ornaghi, sembra destinato all’Istruzione: lo vuole, pare, personalmente il cardinal Bagnasco, presidente Cei. L’alternativa è Antonio Riccardi, il leader della Comunità di Sant’Egidio. Ai vescovi piace anche Cesare Mirabelli, ex vicepresidente del Csm, ex presidente della Corte Costituzionale, candidato forte per la Giustizia.
Rolando Mosca Moschini, consigliere militare del Quirinale, è vicino al ministero della Difesa. Carlo Secchi, economista, a quello dello Sviluppo. L’importante ruolo di sottosegretario alla presidenza dovrebbe poi essere ricoperto da Enzo Moavero, che in passato è stato consigliere di Carlo Azeglio Ciampi e che ha fatto il capo di gabinetto di Monti a Bruxelles, quando il premier incaricato era Commissario europeo. Oltre ai dodici ministri con il portafoglio ce ne potrebbero essere altri tre o quattro senza: tra questi Antonio Malaschini, ex segretario generale del Senato, che otterrebbe la delega ai Rapporti con il Parlamento.