Tottenham e Arsenal Quando le seconde linee insegnano il calcio alle grandi d’Europa

LondraIn comune c’è più del risultato. Non solo una doppia vittoria, raggiunta nei minuti finali. Al termine di partite non scontate, a tratti in salita, che entrambe hanno rischiato di perdere prima di meritare di vincere. Per lo spirito agonistico, la tempra caratteriale, la tenuta mentale. Ma anche per la coraggiosa spregiudicatezza di non rinunciare alla propria identità. Di squadre che interpretano un’idea di calcio moderna, propositiva, di ispirazione offensiva. Di corsa e ritmo, ma anche di organizzazione e occupazione degli spazi. Capaci di esaltare il talento individuale attraverso il collettivo. Sistemi di gioco che sanno nascondere le assenze. A San Siro come al cospetto della squadra più forte al mondo (vedi Barcellona).
Le vittorie di Tottenham e Arsenal sono anche la conferma delle ambizioni del calcio inglese. Meglio della Premier League. Di quel campionato – inteso come movimento - che da diversi anni ormai detta l’agenda del calcio continentale. Con l’eccezione della scorsa stagione, egemonizzata dall’exploit dell’Inter di José Mourinho. Un passaggio a vuoto subito cancellato. Perché l’Inghilterra è l’unica nazione a contare ad oggi quattro club agli ottavi di Champions (tre hanno vinto il proprio girone). Un’affermazione che si riflette nell’indice Uefa dove gli inglesi primeggiano stabilmente davanti a Spagna e Italia. Nonostante qualche addio illustre (uno su tutti, quello di Cristiano Ronaldo) la Premier continua dunque a conservare la sua eccellenza sportiva, il suo prestigio economico. Real Madrid e Barcellona restano le società più ricche al mondo, come testimonia il recente studio di Deloitte. Ma sono eccezioni che non fanno sistema. Perché nei primi 12 posti della stessa classifica son sei le rappresentanti del calcio d’Oltremanica. Dal Manchester United (3°) al Tottenham (12°), passando per Arsenal, Chelsea, Liverpool e City.
Una solidità economica che spiega solo in parte la loro competitività a livello internazionale. A gennaio dopo due anni di relativa austerity (eccezion fatta per i Citizens degli sceicchi arabi) gli inglesi sono tornati a spendere, e tanto, sul mercato. Poco meno di 250 milioni di euro in un mese di trattative. Ma Gunners e Spurs sono rimaste a guardare. Puntando sul consolidamento di due progetti agonistici diversi ma non opposti. Senza vittorie da sei anni, Wenger si è affidato alla consacrazione di una banda di ex prodigi, oggi chiamati a trovare la propria definizione finale. I Nasri, Walcott, Van Persie, Fabregas. Tutti nazionali, quindi senza più l’alibi della giovane età. Redknapp ha preso il Tottenham nell’ottobre 2008 impantanato nelle zone basse della classifica e lo ha portato in Champions. Mai un acquisto sbagliato. Con perizia da cesellatore, tassello dopo tassello, ha allestito una rosa capace di rivaleggiare contro chiunque (chiedere all’Inter). Eppure più dei nomi, in Europa ha vinto la loro concezione di calcio in movimento, con o senza palla, che ribatte colpo su colpo, concedendo ma anche incidendo. A viso aperto, senza tatticismi conservativi pur tatticamente evoluto. Efficace nel suo essere (esteticamente) armonioso. L’epilogo dei due ritorni è ancora tutto da scrivere. Ma se il calcio è anche entertainment, lo show più bello questa settimana parla inglese.