Totti e la «diserzione» dalla nazionale di calcio

Gentile dottor Granzotto, vorrei richiamare la sua attenzione sulla tanto reclamizzata rinuncia del calciatore Totti a giocare per la nazionale italiana. Questa decisione a parer mio è stata ingiustamente considerata un fatto lecito e addirittura encomiabile: infatti essere convocati per rappresentare la propria patria, sia pure in un contesto sportivo, è un onore al quale è giusto ambire e a cui non ci si può sottrarre preferendo dedicare le proprie energie a una squadra di club, probabilmente per un meschino calcolo economico. Quindi Totti non giochi più per la squadra azzurra, ma non per sua scelta, bensì per aver dimostrato di non esserne degno.


Farachi, va bene il caldo, vanno anche bene - è la stagione - le chiacchiere da ombrellone. Ma non le pare di esagerare un tantinello? Ci si può sottrarre alla chiamata a senatore a vita (Indro Montanelli garbatamente rinunciò), carica che svetta colui o colei che la ricoprono nell'Olimpo dei rappresentanti la Patria (e infatti a rappresentarla c'è giusto Rita Levi Montalcini) e lei mi va a contestare le legittime e sacrosante scelte di Francesco Totti detto «er Pupone»? Il gioco del calcio è quello che è, bello e popolare, ma sempre gioco resta. Capita ogni tanto che i calciatori indossino la casacca azzurra e si mettano a cantare in coro «Fratelli d'Italia», ma sempre gioco resta. Un gioco talvolta anche un po' sporco, come del resto risultano inzaccherati se non proprio infangati altri sport, il ciclismo, per dire, o l'automobilismo. O tempora o mores! verrebbe da dire, ma se i tempora sono questi, cosa dobbiamo fare se non rassegnarci? E non mi venga a dire, caro Farachi, che invece no, invece dobbiamo far qualcosa, mobilitarci per restituire allo sport quell'etica decoubertiana alla quale il barone Pierre de Coubertin per primo non credeva (a uno che afferma che nello sport non è importante vincere, ma partecipare - vallo a dire al Milan o alla Ferrari, a Prada di Luna Rossa o a Rafael Nadal - non bisogna dare troppo retta). Guai ne abbiamo che la metà bastano: il dispendio di energie, di mezzi, di aria fritta, di commissioni e quindi di danaro, di garanti e quindi di danaro, di controllori e quindi di danaro per la moralizzazione dello sport può aspettare, sempre che l'operazione abbia qualche probabilità di riuscire.
Abbiamo divagato? Torno subito a bomba: spiace che Totti abbia deciso di non indossare più la maglia azzurra, ma è un suo diritto. La convocazione in nazionale non è una chiamata alle armi che se non si scatta si finisce a Gaeta per diserzione. E quando scendono in campo, i Moschettieri (s'usa chiamarli ancora così?) non rappresentano precisamente «la propria patria», ma il football italiano. Che è tutto un altro paio di maniche.