IL «TOUR» ANNOIA TIFOSI E CRONISTI

Adesso però bisogna far presto. Bisogna che un corridore italiano vinca almeno una tappa (magari a cominciare da oggi, dalla salita dell'Alpe d'Huez) prima che sia finito questo disgraziato Tour de France (Raitre, ore 15). E bisogna che lo faccia non tanto per i telespettatori, che in quanto italiani hanno già avuto molti motivi (dai mondiali alla Ferrari a Valentino Rossi) per gioire in questo periodo e non farebbero drammi se non arrivasse una tappa vincente. Il motivo per cui occorre far presto è che Auro Bulbarelli e Davide Cassani, i telecronisti di questa disgraziata edizione del Tour, sono allo stremo delle forze. E li si può capire benissimo. Doveva essere il Tour di Ivan Basso, il campione consacrato dal Giro d'Italia in procinto di compiere una prestigiosa doppietta, e gliel'hanno levato dalla partenza alla vigilia della prima tappa per sospetto di doping insieme a quasi tutti i ciclisti migliori, orbando la corsa dei principali protagonisti. Un colpo durissimo per il ciclismo in generale, ma ancora più duro per Bulbarelli e Cassani che, di colpo, sono passati dalla speranza di celebrare l'epica vittoria di un nostro rappresentante alla monotona telecronaca di una serie di tappe senza un campione vero su cui esercitare l'enfasi insita in ogni telecronista che si rispetti, senza poter scandire aggettivi roboanti o frasi destinate ad essere ripetute a distanza di anni, da «Un uomo solo al comando la sua maglia è biancoceleste il suo nome è Fausto Coppi» del mitico Ferretti sino a «È finita! È finita! È finita!» del più recente Marco Civoli al termine della finale mondiale Italia-Francia. È noto che il destino dei telecronisti è sempre più legato al risultato dell'evento di cui si occupano, che diventa una sorta di valore aggiunto. Pizzul può anche essere stato più bravo di Nando Martellini e di Marco Civoli (ammesso e non concesso), ma Martellini e Civoli hanno «vinto» un mondiale, Pizzul no. Figuriamoci come si possono sentire Bulbarelli e Cassani che già ricevono critiche diffuse quando commentano gare ricche di campioni e non una sorta di «corsa ciapanò» come è il Tour di quest'anno. E infatti sono costretti ogni giorno ad arrampicate sugli specchi per portare a termine la loro fatica: Bulbarelli telefona a qualsiasi vecchio ciclista rimasto in vita per guadagnare minuti preziosi, e Cassani pur di non tergiversare troppo su tante tappe povere di appeal ha preso il vizio di ricordare le sporadiche volte in cui è andato in fuga in carriera, facendo ogni volta un interminabile elenco dei compagni di avventura che assomiglia a quello sketch radiofonico in cui Fiorello, imitando Gianni Minà, cita gli amici incontrati a Cuba. Coraggio, ciclisti italiani. Datevi una mossa. Fatelo per loro.