Tour: Rasmussen, cacciato e licenziato per una bugia

Il danese incastrato da una rivelazione di Cassani, commentatore Rai. "Era in Messico? No, in Trentino. L’ho anche salutato". La replica: "Contro di me solo le parole di un tipo che dice di avermi riconosciuto. Senza prove"

Nel ciclismo le bugie hanno ancora le gambe corte. Poi se le gambe sono quelle sottili sottili di Michael Rasmussen, e decidono di impallinarti dopo una settimana di tentativi di caccia al piccione, le speranze di farla franca sono davvero ridotte all’osso. Nulle. Nella tarda serata di mercoledì la Rabobank, la formazione capitanata dalla maglia gialla Rasmussen, decide di cacciare il danese e di licenziarlo in tronco, su due piedi. Il motivo è presto detto, o meglio lo spiega il team manager della formazione “orange” Theo De Rooj: «Ci ha mentito. Ci ha detto che a giugno era ad allenarsi in Messico e per un semplice errore di comunicazione non si era fatto trovare al controllo antidoping a sorpresa disposto dalla federazione danese. La verità è che non era in Messico, ma in Italia, l’ha visto anche Davide Cassani (oggi opinionista Rai, ndr)».

All’apparenza un motivo banale, quasi una marachella da bimbi, la verità è che i corridori professionisti, in particolare quelli di prima fascia, hanno l’obbligo di dare la loro reperibilità. Rasmussen da anni vive in Italia, a Lazise. Se decidi di andare per una settimana al mare, a Lido di Camaiore per esempio, il regolamento impone che il corridore comunichi lo spostamento, invii un bel fax e dica dove va e quanto ci sta. Il danese della Rabobank non ha fatto nulla di tutto questo. Il regolamento parla di tre infrazioni, Rasmussen a quanto ci è dato sapere questa infrazione l’ha commessa due volte, ma in un clima teso ed esasperato come quello che si respira in questi giorni al Tour, anche queste dimenticanze diventano insopportabili. In più c’è la bugia, che ha mandato su tutte le furie gli organizzatori francesi e ha messo spalle al muro il team olandese, costretto ad allontanare il corridore.

Lui, il danesino volante è fuggito nella notte per evitare il faccia a faccia con i gendarmi francesi, cosa alla quale non si è sottratto invece il nostro Cristian Moreni, trovato positivo al testosterone, e interrogato per parecchie ore fino a ieri pomeriggio (rischia l’imputazione per infrazione alla legge antidoping francese). Moreni ha fatto ammenda, non si è nascosto dietro alle proprie bugie e si è assunto tutte le responsabilità del caso: «Ho sbagliato, chiedo scusa alla mia famiglia, a chi mi vuole bene, agli sponsor e ai miei compagni. Ho sbagliato e pagherò quello che c’è da pagare perché è giusto che sia così». Evviva Moreni, diciamolo.

Ben diverso l’atteggiamento del kazako Alexandre Vinokourov, che continua a negare tutto e a gridare la sua innocenza. «Affiderò la mia difesa agli stessi legali di Floyd Landis, dimostrerò la mia innocenza», dice. E Rasmussen? Anche lui non usa parole di circostanza: «De Rooj (il team manager, ndr) è un pazzo che soffre di esaurimento nervoso – dice -: mi ha cacciato senza spiegarmi perché? E ripeto che non ero in Italia: contro di me ci sono le parole di un tipo (Davide Cassani, ndr) che dice di avermi riconosciuto, ma non ci sono prove. Io stavo per vincere il Tour e mi hanno cacciato. Sono disperato, mi hanno distrutto la carriera».

In questa vicenda fatta di mancate comunicazioni e bugie imbarazzanti, rientra anche un ex corridore, oggi commentatore Rai, Davide Cassani, il quale, involontariamente, ha fornito una testimonianza che ha cambiato il volto di questo Tour e, molto probabilmente, la vita di Rasmussen. In diretta, domenica 15 luglio, mentre commentava l’impresa di Rasmussen a Tignes, Cassani aveva raccontato di averlo incontrato tre settimane prima sulle strade del Trentino, dopo che il danese aveva scalato la Marmolada. «Stavo lavorando per una produzione editoriale, era il 13 giugno ed ho scalato il Passo Giau. Poi, mentre rientravamo con la troupe in macchina verso Trento, abbiamo incontrato Rasmussen che pedalava, gli ho parlato e l’ho salutato. Poi due giorni fa, quando la tv danese mi ha chiesto di ripetere il mio racconto l’ho fatto in assoluta buon fede, non volevo certo incastrare Rasmussen».

Per una maglia gialla che se ne va, ce n’è una che arriva: Alberto Contador, 24 anni, talento spagnolo cresciuto nella formazione di Manolo Saiz (arrestato un anno fa con sacche di sangue e soldi nell’inchiesta “Operacion Puerto”, ndr), il cui nome prima inserito nella lista dei coinvolti nell’inchiesta doping spagnola è stato poi escluso, dopo che lo stesso famigerato dottor Fuentes ha detto di non averlo mai conosciuto. Agli spagnoli è bastata la parola di un Fuentes, per chiudere la questione; all’Uci per dargli il permesso di tornare a correre. Gli organizzatori del Tour gonfiano il petto, per voce del direttore Christian Prudhomme: «Ora il Tour è più credibile». Sì, proprio. Nei primi dieci cinque sono spagnoli: uno è «Valv-Piti», l’altro l’«Amigo de Birillo».