Touring, la ruota che attraversò lo Stivale

In seguito si aprì ad altre possibilità di viaggio; promotore di strade, editore di carte topografiche

Daniele Carozzi

Il primo vagito del Touring Club fu una pedalata. Poi quella ruota di bicicletta attraversò la storia del Paese, dapprima facendo conoscere l'Italia agli italiani e successivamente educandoli alla difesa del patrimonio artistico e ambientale. Quando nel 1894, a due passi da piazza Duomo, Federico Johnson, Luigi Bertarelli e altri imprenditori appassionati di «velocipede» fondarono il Touring Club Ciclistico Italiano, le finalità dichiarate erano di tipo patriottico e istruttivo, oltre che salutistico. «Se la popolazione conosce la propria Patria, la ama» soleva ripetere Bertarelli. Il carattere dell'iniziativa, volutamente popolare, si differenziava in tal modo dal «Grand Tour» di fine secolo, esclusiva di nobili e ricchi borghesi, per consentire alle classi meno abbienti un salto di qualità: dal pellegrinaggio all'escursione. A piedi o in bicicletta, per scoprire le bellezze naturali e tonificarsi mediante «aria buona» ed esercizio fisico.
La scrupolosa narrazione di ciò che il Touring ha significato per gli italiani in oltre un secolo di attività è stata realizzata da Stefano Pivato, docente di Storia contemporanea all'Università di Urbino, nel suo libro «Il Touring Club Italiano» (Il Mulino, Bologna, 12 euro), che è stato presentato ieri. Oltre all'autore, interverranno lo scrittore Giancarlo Comolli e il presidente del Touring, Roberto Ruozi.
A fine Ottocento il successo del turismo ciclistico fu pressochè immediato, anche se in quei tempi il ciclista veniva ritenuto un tipo stravagante e l'uso della bicicletta, strumento considerato pressochè diabolico, fu addirittura proibito ai parroci da parte del Vaticano. Nel XX secolo, con il fremito della velocità e del modernismo, il sodalizio perde la specificazione di «Ciclistico» aprendosi ad altre possibilità di viaggio: in treno, in auto o con le prime motociclette. Promotore di nuove strade e della loro buona conservazione, editore delle carte topografiche d'Italia in scala 250.000 e della «Guida d'Italia», il Touring organizza lunghe gite di massa su due ruote riscontrando grande successo di nuovi adepti: dai 50mila soci del 1905 passerà così ai 100mila del 1911.
Accusato dagli austriaci di spiare, tramite i suoi escursionisti, le terre dell'Irredentismo per aggiornare carte topografiche destinate all'Esercito italiano (ed era vero), dopo la Grande guerra il sodalizio organizzerà le visite di soci sui luoghi delle nuove terre italiane. Con l'avvento del fascismo, pur condividendone i valori ideali del Risorgimento, il Tci si sente plagiato dalla «concorrenza» di governo: le gite dopolavoro di massa (in treno) e le migliaia di colonie per bambini create dal regime offuscano le iniziative turistiche e i villaggi vacanza per fanciulli poveri di cui il Touring fu antesignano. E dai 300mila soci del 1926 scenderà ai 160mila del 1939. Nel 1937, in osservanza alla messa al bando delle parole straniere, cambierà nome in Consociazione Turistica Italiana per riprendere l'originale denominazione nell'immediato dopoguerra. Con gli anni Cinquanta il Touring fa conoscere agli italiani l'Europa, e il decennio successivo la sua filosofia patriottica si deve sfumare in quella di educazione al senso civico ed alla tutela del patrimonio ambientale e artistico. Infatti, dal «boom» economico ai giorni nostri, un nuovo turismo di massa (ora in automobile), vede milioni vacanzieri mordi e fuggi che affollano spiagge e strade smaniosi di frivoli piaceri ma spesso incapaci di visitare in un museo. Un turismo «usa e getta» che il Touring deplora. E proprio in questo senso, forte dei suoi attuali 480mila soci, il sodalizio avrà ancora molto lavoro da svolgere.