Traballa anche il palco del Primo maggio

Roma«No Cgil, no party». Perché il problema vero, la molla che ha spinto il segretario del primo sindacato italiano a mettere da parte l’orgoglio, superare i confini dell’isolamento e quindi scrivere ai colleghi Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, non è stata la crisi economica internazionale. Nemmeno l’emorragia di posti di lavoro, annunciata dallo stesso sindacato di sinistra. Il problema è non fare una figura «cacina» il giorno dei lavoratori, di fronte agli stessi. Evitare il rischio peggiore dal punto di vista sindacale, quello di un primo maggio senza festeggiamenti. O meglio, senza festeggiamenti unitari, con i segretari delle tre principali organizzazioni ognuno per conto suo.
Evitare che sull’ormai tradizionale palcoscenico del Primo maggio vada in scena la recita che altrove - leggi nei tavoli per i contratti e con il governo - è in replica dal 2008: quella della divisione dei sindacati. Della frattura sempre più profonda tra Epifani e i segretari generali di Cisl e Uil; con il primo che accusa i colleghi di troppa acquiescenza con il governo, gli altri che vedono nella Cgil un sindacato che fa politica, che dice «no» a prescindere e che è ferma alla lotta di classe.
Il fatto è emerso ieri, al termine dell’incontro serale tra i tre generali, che si è tenuto in quasi totale segretezza in un albergo romano. Terreno neutro per fare rivedere i tre segretari che fino a poche ore prima non si erano risparmiati sberle verbali. I riti della diplomazia dei momenti peggiori.
E già nel pomeriggio tra gli addetti ai lavori spuntavano i primi dubbi. Possibile che all’ordine del giorno dell’incontro top secret il piatto forte sia veramente uno scambio di opinioni su rappresentanza, rappresentatività e democrazia sindacale? Plausibile che in meno di tre ore, si cerchi di abbozzare una risposta comune alle sfide della crisi economica globale? Di solito i vertici blitz, servono a prendere decisioni veloci su cose rilevanti e imminenti.
La verità spunta alla fine dalle dichiarazioni di Angeletti e di Bonanni. «Abbiamo parlato anche di organizzazione del Primo maggio», ha detto il primo. «Non abbiamo ancora deciso» dove e come si svolgerà, ha aggiunto il secondo. È tutta lì la sfida. Trovare un palco dal quale possano parlare tutti e tre i segretari generali, come è sempre successo. E portare al tradizionale concerto serale i leader delle tre confederazioni a simulare una unità che si è persa da quando al governo c’è il centrodestra. Operazione, salvate il Primo maggio quindi. Perché l’Italia è un Paese che vive di simboli e i sindacati non sono da meno.
Adesso la vera sfida per Cgil, Cisl e Uil è trasformare quella che rischia di diventare la festa dei lavoratori più imbarazzante dalla fondazione delle prime società di mutuo soccorso, in uno spettacolo rassicurante per gli orfani del movimento sindacale unitario. Il copione dovrebbe essere quello della crisi, anche se i tre hanno ricette diverse per tamponarne gli effetti. La volontà dei tre generali c’è. Quella di Epifani era scontata. Lui ha preso l’iniziativa ed era lui a correre i rischi maggiori. Il suo sarebbe stato un Primo maggio solitario, visto che tra Cisl e Uil i rapporti sono ottimi e che ormai attorno alla seconda e alla terza confederazione si stanno aggregando anche altre realtà sindacali, che fino a ieri erano tenute ai margini, l’Ugl di Renata Polverini o le sigle autonome come la Confsal.
I problemi possono però sorgere dentro la Cgil. E lo si capisce dal primo commento fatto da Bonanni al termine del vertice. «Adesso ognuno farà i conti a casa sua, ognuno farà delle verifiche». Come dire, Epifani tieni a bada i tuoi. Perché io, su un palco «antagonista» non salgo.