Traballa la poltrona

Una cosa è certa, gli italiani di centro, di destra, di sinistra, di su e di giù, sono indignati rispetto a una pressione fiscale smisurata, alla quale non corrisponde uno Stato efficiente in grado di restituire servizi decenti. Di solito, questo malumore (che sarebbe sbrigativo e controproducente accantonare altezzosamente, definendolo come qualunquista) non si traduceva in reazioni elettorali. Gli italiani, si sa, sono spesso infedeli negli affetti e negli affari ma sono fedelissimi quando si tratta di votare. I dati elettorali, dal dopoguerra a un anno fa, dimostrano abbondantemente che chi nasce comunista continua a votare comunista (o suoi derivati) e chi nasce dc continua a votare i suoi molti derivati. I politologi parlano di elettorato bloccato. Un elettorato cioè fermo nel suo recinto ideologico.
Nel corso delle ultime elezioni amministrative parziali invece ben due milioni di votanti hanno cambiato partito e, a farne le spese, sono stati i partiti di centrosinistra. Il voto in libera uscita è una buona notizia per il Paese e una pessima notizia per quei politici che sono abituati a ottenere il consenso elettorale indipendentemente dalle loro scelte, dai loro comportamenti e dai loro risultati. Se hanno continuato a vendere aria fritta, è perché gli elettori glielo hanno sinora consentito. Il voto in libera uscita fa sì che oggi, e mi auguro sempre più in futuro, le persone, anziché dare un voto a scatola chiusa, intruppate come le falangi di Giulio Cesare in Gallia, lo diano a ragion veduta. In base cioè ai loro umanissimi sentimenti o risentimenti.
E gran parte della imponente transumanza elettorale dell’ultima tornata amministrativa è dovuta all’indignazione degli elettori contro un fisco che, in vista di futuri e improbabili recuperi da parte delle somme attualmente evase, intanto tartassa ancora di più coloro che già pagano il dovuto al fisco. Che il prelievo fiscale e la dissipazione delle risorse pubbliche sia la motivazione principale del ribaltone elettorale a danno dei partiti attualmente al governo, lo dimostra anche lo strepitoso e contemporaneo successo editoriale del libro La Casta di Gian Antonio Stella e di Sergio Rizzo che ha venduto, in pochissimi mesi, quasi mezzo milione di copie. Questi due autori e, in particolare, Gian Antonio Stella, non sono nuovi a libri del genere. La loro formula editoriale è, più o meno, sempre la stessa. Questi libri si basano sulle ripubblicazioni di notizie relative alle disfunzioni e agli sprechi dello Stato e degli enti locali. Senonché i loro titoli precedenti (e simili, ripeto, a La Casta) avevano venduto poche decine di migliaia di copie. Come mai, questa volta, hanno venduto mezzo milione di copie? Il fatto è che è cambiato il feeling degli italiani, cioè il loro comune sentire sulla decenza nell’uso spregiudicato, anche quando formalmente legale, dei soldi pubblici.
Purtroppo Padoa-Schioppa e Vincenzo Visco, stringendo la tenaglia fiscale a danno di coloro che le tasse le stanno già pagando, non avendo capito che le percezioni fiscali erano cambiate nel Paese, hanno incautamente innescato una rivolta, per il momento solo elettorale, che, la storia insegna, è sempre stata alla base di quasi tutte le rivoluzioni.
Oggi la pressione fiscale italiana è al 42 per cento. Questa percentuale (già di per sé feroce) è ancora più pesante se si tiene conto che essa è una media, quindi è un dato alla Trilussa (che faceva rilevare che se di due persone una mangia un pollo e l’altra lo sta a guardare, in media i due hanno mangiato mezzo pollo a testa).
Questo salasso, già di per sé inaccettabile perché è fatto oltre ogni misura, viene aggravato comparativamente dalla circostanza che nei Paesi europei a noi simili e con i quali molte imprese italiane sono costrette a misurarsi sul piano della concorrenza internazionale, stanno riducendo visibilmente il prelievo fiscale. Recentemente, ad esempio, la Germania ha ridotto di nove punti percentuali (nove punti percentuali in un sol colpo!) l’aliquota delle imposte sul reddito delle imprese e il governo francese Fillon, sotto l’impulso del nuovo presidente Sarkozy, ha deciso di non mandare in ferie il Parlamento francese fino a quando non sarà stato approvato un piano di consistente alleggerimento fiscale.
C’è da dire che la manovra di sensibile alleggerimento fiscale in Germania e Francia è resa più facile dal fatto che essi hanno un indebitamento pubblico che non è del 105% sul pil, com’è in Italia, ma si aggira sul 60%. Essi quindi, rispetto agli organi di controllo di Bruxelles, possono farsi perdonare sforamenti occasionali e limitati nel tempo rispetto ai requisiti di Maastricht, cosa che invece non è consentita all’Italia che è gravata da un deficit pubblico non solo mostruoso ma anche sostanzialmente incomprimibile
A questo punto, la classe politica dovrebbe dare, all’Europa, certo, ma anche ai cittadini italiani, un segno di ravvedimento cercando almeno di ridurre alcuni aspetti più evidenti del costo della politica. Purtroppo, gli esempi di interventi moderatori della spesa pubblica sono, al di là delle parole, oltremodo deludenti. Faccio, in dettaglio, un solo ma significativo caso. Il sottosegretario agli Interni, Giulio Santagata, ha stilato il suo disegno di legge per tagliare i costi spropositati della politica. Ma, spesso, i suoi supposti tagli sono dei tagli con l’occhiolino, indicati per conseguire delle economie di cartapesta degne di un Paese dei Balocchi.
Una norma proposta da Santagata e varata dal Consiglio dei ministri, parla chiaro: bisogna, dice, «eliminare i consigli circoscrizionali nei comuni con popolazione inferiore ai 250mila abitanti» (attualmente la soglia minima è di 100mila abitanti). Perfetto. Cadranno pertanto, pare di capire, molte poltrone con relativi stipendi. Un attimo, però. Si è capito male.
Il ddl Santagata infatti aggiunge, subito dopo, che va «prevista la possibilità di istituire circoscrizioni per i comuni aventi popolazioni fra i 100mila e i 250mila abitanti». Insomma, prima si taglia e poi si dice che non si taglia affatto. Sarebbe stato meglio che non se ne fosse fatto niente, anziché prendere per i fondelli l’opinione pubblica.
Inoltre, ad esempio, tutti sono d’accordo nel ritenere che le Province siano degli enti che dovrebbero essere aboliti. Ma siccome essi sono previsti dalla Costituzione, possono essere cancellati solo con una difficile e tortuosa revisione costituzionale. Il governo però potrebbe, almeno, impegnarsi formalmente a non prendere più in considerazione le richieste di istituzione di nuove Province. Ma nemmeno questo ultimo impegno è ritenuto accettabile dalla classe politica al governo perché, come ha ammesso il ministro degli Interni Giuliano Amato, se ci si oppone alla istituzione di nuove Province si rischia di «perdere le elezioni locali». Vuol dire che, con questo andazzo, loro vinceranno (se vinceranno) elezioni locali ma perderanno l’intero Paese. E allora, purtroppo, saranno guai per tutti.