Traballano le accuse al marocchino. Spunta un’altra pista

Il giallo di Yara. La frase intercettata? Tradotta male dall’arabo. Il pm ora chiede la
scarcerazione del muratore. La polizia apre un’inchiesta parallela

Yara non c’è, non si trova. Nè viva nè morta. E non c’è nemmeno una confessione, una verità da raccontare. Qualcosa che spieghi non solo il perché ma anche il come.
Devono fare marcia indietro magistrati e carabinieri. Sembrava finalmente tutto risolto. L’arresto spettacolare di Mohamed Fikri, 22 anni marocchino, con tanto di abbordaggio al traghetto che lo stava riportando a Tangeri, la svolta di un inchiesta che adesso lascia aperti troppi buchi neri.
Il pm di Bergamo Letizia Ruggeri, davanti al gip Vincenza Maccora, al termine dell’udienza di convalida del fermo del magrebino non ha chiesto la custodia cautelare in carcere. Insomma la posizione di Mohamed, l’operaio del cantiere di Mapello dove si erano inchiodati i cani bionici capaci di seguire ogni traccia, ora dopo ora sembra sempre più affievolirsi. A ore uscirà dal carcere. Mentre ancora non si capisce chi siano le altre due persone indagate. Probabilmente colleghi del marocchino.
«Avete sbattuto il mostro in prima pagina - aveva finito di dire qualche ora prima la pm di Bergamo Letizia Ruggeri -. Contro di lui c’erano gravi indizi. Ma adesso stiamo valutando le sue dichiarazioni. Non c’è nulla di certo». Punto. «Adesso sto interrogando delle persone, devo chiudere il telefono».
A inchiodarlo doveva essere una telefonata intercettata dai carabinieri, ma a quanto pare tradotta in modo sbagliato. La sua non era un’invocazione, ma un’imprecazione. «Che Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io». Stava parlando con la moglie. Ma in realtà si sarebbe trattato di un’imprecazione, tipo «Per Allah, perché non mi rispondi?», rivolta forse alla moglie che non rispondeva al cellulare.
E poi il biglietto per il viaggio, quello che i carabinieri consideravano una fuga. Macché, un altro svarione: il viaggio l’aveva prenotato già da almeno un mese, in un’agenzia di Montebelluna (Treviso) il paese dove riside di solito, tra un lavoro a cottimo e l’altro in giro per l’Italia.
Lo ha confermato anche il suo «padroncino»: Fikri stava tornando in Marocco per godersi le vacanze in occasione del ponte.
Il cugino lo difende senza riserve. «Sono sicuro al mille per cento della sua innocenza, Mohammed non farebbe male a nessuno», spiega Abderrazzaq. È qui nella sua casa di Montebelluna che il giovane operaio marocchino dal giugno scorso aveva stabilito la residenza. «Conoscendo mio cugino avrà detto “Allah mi protegga” e non “Allah mi perdoni”. Perchè è “Allah ihfad” e non “Allah ysmah lia” - spiega il nordaficano -. Lo si esclama quando ci si trova coinvolti in qualcosa di spiacevole. È un fattore solo di pronuncia».
«Mohammed - aggiunge il cugino - torna sempre a casa nella prima quindicina di dicembre, perché c’è poco lavoro in Italia e ritorna a fine febbraio». Fikri è arrivato in Italia da circa 5 anni ed è in possesso di un permesso di soggiorno rilasciato nel 2009 dalla Questura di Padova. A Montebelluna aveva la residenza, però viveva tra Vallà di Riese e Loria (Treviso), dove ha casa un altro cugino; lo stesso con il quale era partito in nave sabato scorso da Genova per tornare in Marocco.
Di questo puzzle inestricabile, così come appare oggi la scomparsa di Yara Gambirasio, adesso prova a cercare qualche tassello anche la polizia. A undici giorni dalla scomparsa. Si rivede anche la posizione di quell’Enrico Tironi considerato prima mitomane ma poi testimone attendibile. E si ripercorrono di nuovo quei 700 metri che separavano Yara dalla sua villetta color rosso mattone. Il tragitto dalla palestra a casa. La Squadra mobile di Bergamo sta cercando qui la verità. I carabinieri invece puntano ancora sul cantiere di Mapello. A caccia dei complici. Due, dicono, forse tre.