Il tradimento ora è completo: quelli del Fli lasciano il governo

Si dimettono il ministro Ronchi, il viceministro Urso e due sottosegretari. Anche i parlamentari annunciano la sfiducia: &quot;Ma voteremo la Finanziaria&quot;<br />

Roma - «Signor presidente, rimetto nelle sue mani le mie irrevocabili dimissio­ni ». Otto lettere di due righe che si con­cludevano rispettivamente con le formu­le «con deferenza» per il capo dello Stato e «con immutata stima» per il premier e la crisi di governo più pazza del mondo ha avuto ufficialmente inizio. Pazza in quanto un pezzo della ex maggioranza vuole rovesciare l’esecutivo per governa­re assieme alla minoranza, Pd incluso.

Anticipati dal sottosegretario Reina dell’Mpa di Lombardo che di ribaltoni se ne intende giacché in Sicilia i vincitori delle elezioni sono all’opposizione, i quattro componenti di Futuro e libertà dell’esecutivo Berlusconi (il ministro Ronchi, il viceministro Urso e i sottose­gretari Menia e Buonfiglio) ieri hanno la­sciato il proprio incarico seguendo le in­dicazioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Si apre una fase di incertezza. Non foss’altro perché nel colloquio di oggi con il presidente Napolitano l’ex leader di An si presenterà nella doppia veste di numero uno di Montecitorio e di leader partitico. E quindi è impossibile determi­nare se oggi con Napolitano e Schifani parlerà Gianfranco/1 lo statista o Gian­franco/ 2 il capopopolo o addirittura Gianfranco/3, quello televisivo che va a braccetto con la compagnia di giro Fa­zio­Saviano-Bersani.

Forse è proprio Gianfranco/3 quello che ieri ha parlato attraverso il fido Italo Bocchino in un’intervista alla Stampa te­orizzando un governo di responsabilità nazionale con «una nuova maggioran­za », allargata non solo all’Udc, ma che guardi «senza pregiudizi e con una men­­talità aperta all’opposizione». Il ribalto­ne perfetto nella testa di Fini c’è già: biso­gna vedere se le condizioni meteo della politica lo consentiranno. Il programma è pressoché scritto: «Fisco, Costituzio­ne, legge elettorale»e«l’opposizione de­ve avere un ruolo propositivo e di copro­t­agonista nella definizione dei program­mi di riforme», ha chiosato il capogrup­po Fli alla Camera. E non è tutto, se il premier legittimamente eletto non in­tendesse lasciar spazio ai suoi avversari, alle prossime elezioni politiche «le con­dizioni determineranno gli eventi», cioè non si esclude la solita ammucchiata an­ti- Silvio.

Intenzioni che trasparivano anche dal­­l’intervista del coordinatore Adolfo Ur­so ad Affaritaliani.it : «Parleremo a tutti coloro che sono interessati a realizzare una riforma elettorale», cioè alla sini­stra. Due indizi che possono anche costi­tuire una prova del megainciucio col Pd. E che hanno indotto il generalmente cauto ministro del Lavoro Sacconi a de­nunciare che si «sta consumando il tradi­mento ». Al di là del venir meno del «rapporto fiduciario» tra Fli e governo e del soste­gno dei finiani alla legge di stabilità, il resto del percorso è tutto da scrivere. Fi­ni e i suoi capataz sembrano aver sotto­valutato alcune questioni. «Sono stato eletto nel centrodestra e resterò nel centrodestra. Le mie dimis­sioni erano un atto obbligato», ha com­mentato l’ex sottosegretario all’Ambien­te, Roberto Menia, esponente di Area Nazionale, la corrente Fli meno propen­sa alla rupture.

«Per l’unità del centrode­stra ritengo che Berlusconi dovrebbe fa­re un passo indietro, ma se così non fos­se, se Berlusconi insistesse con l’atteg­giamento punitivo nei nostri confronti, dovremmo dar vita a un centrodestra al­ternativo», ha aggiunto.Insomma,scen­dere a patti col Pd non sembra un’opzio­ne percorribile per il deputato friulano. Prevedibile l’ennesimo «chiarimento» tra le due anime dei fillini: quella oltran­zista e quella «lealista». «Lealista» nel senso che coloro che ne fanno parte non si considerano disposti a tradire il proprio passato e le proprie idee. Ma i margini per una prosecuzione del gabinetto Berlusconi, dopo il neces­sario rimpasto, sono molto esigui se non infinitesimi. Certo, a escludere sorprese si rischierebbe di essere smentiti. Non foss’altro per l’incidenza del fattore umano.

Non è un mistero che dopo l’uscita dal governo il morale delle trup­pe finiane si sia leggermente afflosciato. Andare a eventuali elezioni abbando­nando il potere e i suoi luoghi rendereb­be ancor più gravoso il compito di pre­sentarsi con una neonata formazione. A meno che governare col «nemico» non restituisca a Fli quelle poltrone cui ha im­provvidamente rinunciato.