Tradita, getta dalla finestra il figlio della «rivale»

da Milano

Era nato quattro giorni fa, alla vigilia di Ferragosto. Ed è morto ieri, vittima di un’amica e vicina di casa a cui la sua mamma, per poter andare al lavoro, lo aveva affidato in tutta tranquillità. Una donna che, invece, si è rivelata la persona peggiore a cui poter lasciare un neonato ancora in fasce, perché (ma questo, purtroppo, lo ha confessato la stessa assassina agli inquirenti solo dopo aver ormai commesso l’infanticidio) era accecata dalla gelosia, convinta che il marito fosse il padre del piccolo e, quindi, l’amante della sua vicina.
Il neonato cinese di tre giorni di vita di cui stiamo parlando è stato scaraventato ieri pomeriggio dalla finestra interna di un appartamento del secondo piano di uno stabile popolare di via Bruschetti (accanto alla stazione Centrale), un palazzo abitato perlopiù da immigrati di origine asiatica, soprattutto cinesi. La sua assassina è una cinese di 31 anni, amica della madre.
«L’ho ucciso io, l’ho buttato dalla finestra: era figlio di mio marito e della sua amante - ha detto subito, lucidissima, l’assassina ai primi poliziotti giunti sul posto -. La madre me lo aveva affidato per qualche ora per andare al lavoro. Io ero sola in casa, non so esattamente cosa mi sia preso. So solo che ero accecata dalla rabbia e, approfittando dell’assenza di quella donna, ho sfogato tutto il rancore che covavo contro di lei e mio marito, sul bambino. E, in un impeto, l’ho afferrato e buttato dalla finestra interna del mio appartamento».
Una testimonianza che l’infanticida non ha avuto difficoltà a ripetere, una volta giunta in questura, davanti agli investigatori e al magistrato di turno, Rossana Penna, già recatisi in via Bruschetti.
Il corpicino già in fin di vita del piccolo era stato trovato nella tromba del piano interrato dei box del palazzo popolare per puro caso, da un residente, qualche minuto dopo le 16 di ieri. È stato l’uomo a lanciare l’allarme. Nessuno, infatti, sembra aver sentito grida, pianti e nemmeno il tonfo del leggerissimo corpo del bambino sull’asfalto. Così la polizia, in un primo tempo, ha faticato parecchio a ricostruire la dinamica dell’infanticidio dovendosi affidare esclusivamente alla testimonianza della donna che, in maniera convulsa e ripetitiva, in mandarino stretto, ha continuato ad autoaccusarsi di aver ucciso il piccolo. Non è stato chiaro, infatti, per diverse ore dopo il fatto, dove si trovasse la madre del bambino - una donna di 32 anni - e perché lo avesse affidato alla sua connazionale 31enne. Quando l’hanno rintracciata al lavoro la donna è svenuta ed è stata ricoverata in stato di choc al Niguarda.
Tra mille difficoltà la polizia e il magistrato hanno lavorato a lungo, fino a tarda serata, per verbalizzare la confessione dell’infanticida e cercare di capire fino in fondo se le reali cause del suo gesto fossero proprio da imputare a quella gelosia feroce di cui lei stessa continuava a parlare. E, purtroppo, alla fine, gli stessi inquirenti hanno dovuto capitolare: il neonato è morto per colpa dell’insana gelosia di quella che ieri doveva fargli da seconda mamma.