Traditi dai partigiani, uccisi dai tedeschi

Documenti inediti dell’Archivio di Stato maggiore dell’Esercito fanno nuova luce sulle vicende dei soldati italiani in Albania dopo l’armistizio. Un nuovo caso Cefalonia? Qualcosa di peggio...

Otto settembre 1943. La firma dell’armistizio tra Italia e Nazioni unite e il conseguente ribaltamento delle alleanze provoca la furiosa reazione dell’esercito tedesco contro le nostre truppe. Molti i casi di sbandamento dei militari in grigioverde, ma molti anche gli episodi di eroica resistenza, come quello della divisione «Perugia», che siamo in grado di narrare sulla scorta di una ricca documentazione inedita conservata presso l’Archivio dello Stato maggiore dell’Esercito.
La divisione «Perugia», con sede del comando ad Argirocastro, era dislocata nel Sud dell’Albania, in prossimità del confine greco, e presidiava alla data dell’8 settembre la zona di Permeti, Klisura, Tepeleni, distante qualche centinaia di chilometri dal canale d’Otranto. Secondo il diario del colonnello Giuseppe Adami, vice-comandante della divisione e responsabile del settore di Tepeleni, la notizia dell’armistizio viene accolta «con calma e disciplina» da ufficiali e soldati. A differenza di quanto accaduto a Cefalonia, la decisione di opporre resistenza è unanime e induce Adami a prendere contatto con le autorità civili e religiose della regione per assicurarsi «il loro appoggio per la tranquillità della popolazione». Nel primo pomeriggio dell’8, l’intimazione tedesca di consegnare le armi viene respinta con decisione e alcune postazioni smantellate dalle truppe naziste vengono prontamente ricostituite, in pieno accordo con il generale comandante Chiminello. Poche ore più tardi, filtrano però notizie inquietanti sulla volontà delle formazioni partigiane albanesi di sopraffare i presidi italiani di Permeti e di Klisura, che sono costretti a ripiegare su Tepeleni, nelle cui vicinanze si accendono scaramucce con i ribelli. Adami ordina la «difesa ad oltranza» contro questa nuova aggressione ma allo stesso tempo decide di intavolare una trattativa con le bande nazionaliste, tra le cui file risulta essere presente anche un ufficiale di collegamento britannico. La situazione si aggravava ulteriormente tra il 10 e l’11 settembre, quando anche Argirocastro viene circondata dagli albanesi e il comando di divisione lascia libero Adami di «operare di sua iniziativa, secondo situazione contingente».
L’obiettivo di organizzare un’«azione concorde contro i tedeschi», a fianco dei resistenti, viene faticosamente raggiunto, il giorno 12, dopo alcuni atti di buona volontà da parte italiana, tra i quali il ricovero nell’ospedale di partigiani feriti, la cessione di parte del materiale sanitario, il rifiuto di fornire copertura di artiglieria a colonne germaniche attaccate dagli insorti, nonostante le «minacce di ritorsione» del comando tedesco. Se le bande nazionaliste si impegnano a non ostacolare il ripiegamento dei nostri battaglioni verso Tepeleni, quelle comuniste si dichiarano addirittura favorevoli ad un accordo di cooperazione, che dovrebbe prevedere un «attacco simultaneo e concomitante (italiano e albanese) contro forze tedesche» e la «messa in opera di due interruzioni stradali sulla strada Valona-Argirocastro». La notizia dell’afflusso di un reparto corazzato della Wehrmacht, proveniente dalla Grecia, smorza però la combattività degli albanesi, che dichiarano al nostro comando di non «sentirsi di affrontare nuovi rinforzi tedeschi». I panzer, superati i blocchi dei partigiani, «rivelatisi di scarsissima efficacia, praticamente nulli», prendono posizione alle porte di Tepeleni, mentre i nostri soldati contemplano «le luci dei ribelli che si allontanano».
Nella mattina del 13, le truppe italiane vengono bombardate da una squadriglia di Stuka. Nelle stesse ore, giunge notizia che il ripiegamento dei nostri presìdi viene arrestato nella valle della Vojussa dalle formazioni nazionaliste, che riprendono le ostilità, in spregio agli accordi pattuiti. All’attacco si aggiungono anche le bande comuniste, che operano in prossimità di Tepeleni, sotto lo sguardo impassibile delle truppe germaniche. La sensazione di Adami è che sia conclusa una scellerata alleanza tra albanesi e tedeschi, a danno delle nostre truppe, che si asserragliano nell’antico forte della cittadina albanese, con «poche munizioni, pochi viveri». Accerchiato tra due fuochi, Adami decide, il 14 settembre, di accettare la proposta tedesca di confluire verso il porto di Valona, dove si afferma «essere già in corso le operazioni di imbarco delle truppe italiane verso l’Italia». La marcia verso il mare della Perugia avviene ordinatamente, con propri mezzi, al completo di tutto l’armamento pesante e leggero. Questa misura salva le nostre truppe dall’annientamento, quando il giorno 15, esse vengono investite da un violento attacco albanese. Sottoposte ad un fitto tiro di mortai, gli italiani riescono a sfuggire all’imboscata combattendo, ostacolate nell’operazione di sganciamento «da truppe tedesche che sparano contro di noi per impedire l’allontanamento degli italiani». Giunta a Valona, la colonna Adami attende invano l’arrivo delle navi italiane, che penetrate nella rada sono state cannoneggiate dai tedeschi e respinte, ed è costretta ad accettare una nuova offerta del comando germanico, relativa al suo trasferimento «senza scorta», per ferrovia, verso Trieste. Durante il tragitto, l’itinerario viene proditoriamente cambiato e «si giunge a Vienna dove reparti delle SS salgono in treno ed effettuano disarmo ufficiali e soldati, dichiarandoci prigionieri».
Durante la reclusione in Germania, Adami apprende da alcuni sopravvissuti la sorte dei reparti della «Perugia» restati sotto il comando di Chiminello. Rotto l’accerchiamento albanese dopo un violento scontro fuori Argirocastro, anche questa parte della divisione raggiunge la costa, presso Porto Palermo, alla fine di settembre, dove, invece delle navi della Regia marina, trova «reparti tedeschi che mitragliano e bombardano le nostre colonne». «Dopo due giorni di dura resistenza» - continua il diario di Adami - «le truppe italiane, prive di viveri e di munizioni, nonché scarse di armi e ostacolate dai ribelli, vengono sopraffatte dai tedeschi e catturate». Successivamente alla resa, inizia la mattanza. «Gli ufficiali, separati dalla truppa, vengono imbarcati a otto alla volta su battelli, trasportati al largo e gettati in mare, non si sa se previa fucilazione», mentre «i soldati dalla spiaggia assistono impotenti a questo inumano massacro».
Più di 150 ufficiali e molti graduati periscono nella strage, eseguita da «elementi di una divisione alpina reclutati in Alto Adige, Austria, Baviera e di religione cattolica», che aveva già dato eguale prova di ferocia contro i nostri soldati a Cefalonia. I militari di truppa «vengono invece avviati verso la Grecia, senza viveri: chi per la stanchezza si ferma è ucciso». Non meno triste sorte toccherà ai pochi scampati alla cattura. Secondo la testimonianza di un altro ufficiale sopravvissuto, il colonnello Giovanni Rossi, «gli uomini della “Perugia” datisi alla montagna per sfuggire ai tedeschi, specie gli ufficiali, vennero fatti oggetto da parte dei partigiani albanesi di rappresaglia e parecchi vi lasciarono la vita, mentre altri furono derubati e spogliati in buona parte dei loro indumenti». In questo modo, «i ribelli vollero vendicarsi su inermi dello scacco loro inflitto dalla divisione “Perugia”, il 14 settembre, ad Argirocastro, in un combattimento da essi stessi provocato e svoltosi nel mondo più regolare».
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