TRADITI DA HILLARY

Il discorso di Silvio Berlusconi al Congresso di Washington ha fatto letteralmente impazzire la sinistra italiana. Fino al momento in cui le telecamere hanno inquadrato Hillary Clinton sorridente, poteva ancora reggere la ferrea convinzione, tutta ideologica, diffusa nell'Unione, che si trattasse di uno spot. Romano Prodi poteva ancora credere che fosse un party d'addio e Piero Fassino un atto di genuflessione davanti al potente. Scommetto che ci credevano davvero, così come hanno creduto per anni che George W. Bush fosse un incidente della storia e che contro di lui e contro i suoi amici europei ed italiani si ergesse la barriera morale dell'«altra America». Per loro deve essere stato un colpo scorgere nell'aula il volto della senatrice di New York, della possibile candidata democratica alla presidenza, di una protagonista della «terza via», e poi accorgersi che lei, invece di fischiare o di esibire un cartello di protesta, partecipava agli applausi. In quell'aula, ad ascoltare il presidente del Consiglio italiano, non c'era solo qualche fanatico neo-con, ma anche importanti figure della loro «altra America».
Ecco perché sono impazziti: si sono raccontati una favola e ci hanno creduto. Al punto da sostenere che la diretta di Canale 5 non avrebbe dovuto andare in onda, non tanto in virtù delle regole della par condicio, ma solo perché ha mostrato contro ogni ragionevole dubbio che la loro realtà non esiste. Devono aver vissuto un incubo nell'accorgersi che non il cattivo Bush, bensì il Congresso degli Stati Uniti, storico ed incontestato tempio della democrazia, non solo riconosceva dignità al leader che essi contestano senza tregua, ma ne apprezzava argomenti e visioni. Mostrando, per di più, come si sta in un Parlamento, come si rispetta il galateo istituzionale, come si fa politica.
È questa una lezione che va ben al di là del successo di Berlusconi che, come ha notato ieri Stefano Folli sul Sole 24 Ore, «ha ottenuto il plauso di una platea più vasta e in termini politici significativa». È una lezione che dovrebbe indurre chi va con Diliberto ad evitare di cadere nella tentazione di «diliberteggiare», cioè di abbandonarsi alla pura e semplice ideologia, in virtù della quale nulla è vero se non corrisponde alla tua verità. Capisco che è facile affidarsi a maestri come Michael Moore o a Gore Vidal per diffondere l'immagine del Male, capisco che risponde ad un vecchio automatismo tradurre nel mondo, a cominciare proprio dall'America, le semplificazioni del bipolarismo italiano. Capisco che nella cultura politica prodotta dall'Unione c'è il dogma dell'impresentabilità, europea ed internazionale, della Casa delle libertà e del suo leader. Ma sarebbe bastato fermarsi un attimo a leggere ogni tanto qualche giornale straniero per capire che non è così e che il provincialismo, con il carico delle sue favole, è il tratto distintivo del centrosinistra. Se non altro per evitare di impazzire nel momento in cui si è posti davanti a una realtà ben diversa, anzi opposta a quella raffigurata, e tornare a prendersela con la televisione.
Non serve a niente fare come ha fatto Enrico Boselli, il quale ha utilizzato una felice battuta di Francesco Storace ricordando a Diliberto le sue strette di mano a Cuba. L'esponente della Rosa nel pugno avrebbe dovuto fare un passo ulteriore, avrebbe dovuto dire che l'alleanza con il Pdci era rotta. Ma non ha potuto farlo perché sapeva che, fino al momento dell'applauso di Hillary Clinton a Berlusconi, era l'Unione nel suo insieme a «diliberteggiare».