Tradito dall’ultimo «pizzino» affidato ai suoi cinque postini

Binnu scriveva a macchina i biglietti con cui dava ordini ai suoi uomini. Al momento della cattura ne aveva alcuni in tasca

nostro inviato a Palermo

Sapeva sempre tutto. E sempre in anticipo. Conosceva ogni mossa di chi lo braccava ricorrendo all'ultima diavoleria tecnologica, alle soffiate dei mafiosi infami, all'indagine vecchio stampo costruita con lunghi pedinamenti e sudate sotto al sole. Ieri a Villabate e Bagheria, in passato fra Cinisi e Terrasini, oggi a Corleone. Sempre a un passo dal prenderlo, sempre latitante per più di quarant'anni. Ogni volta hanno sfiorato Lui, Binnu u tratturi, e catturato i suoi vivandieri. Quand'erano sicuri di scovarlo perché un po' di bava l'aveva comunque lasciata qua e là, trovavano la tana vuota, la scia dell'animale in fuga, l'odore della beffa. L'ennesima. Va bene la fortuna, il santo in paradiso. Ma zio Bernardo ha goduto dell'apporto di preziose talpe annidate ovunque: quella dentro il palazzo di giustizia non l'hanno ancora trovata, quella della Dia è in galera, quanto all'informatore-carabiniere del Ros che piazzava cimici e riferiva delle indagini sul suo conto, è dentro pure lui. Il fantasma di Provenzano s'è materializzato dappertutto, anche nelle campagne di Vicari dov'era atteso per un summit di mafia: «In una comunicazione scritta - osserva lo Sco - Provenzano riferisce di stare attenti alle microspie poiché sapeva benissimo che le forze dell'ordine tenevano sotto controllo gli Umina di Vicari e i Pravatà di Roccapalumba. E infatti i picciotti iniziarono a cercare microspie e nessuno parlò più nella stalla dove avvenivano gli incontri o utilizzò la Land Rover con i registratori». Stessa storia per Francesco Ciccio Pastoia da
Belmonte, segretario del boss, il factotum che prendeva appuntamenti e smistava consigli: quando Ciccio esce dal carcere e torna a casa, parla a vanvera. Dice stupidaggini perché sa - e come se lo sa - che qualcuno l'ascolta. Il boss ci teneva, e lo ha avvertito. Si fidava di pochi intimi, a cui consegnava pezzi di carta autografi, detti «pizzini», sempre arrotolati e sgrammaticati che vergava con la biro finché non è passato a una vecchia Olivetti 32: con questa batteva raccomandazioni, incarichi sugli appalti, aggiornamenti sulle diatribe fra le cosche da risolversi senza spargimenti sangue. Pizzini contro microscopie. È tutta qua la caccia al Capo dei Capi che non ha mai usato un personale computer o un telefono cellulare. Nei fascicoli dello Sco c'è tutta la storia dei pizzini, compresi gli ultimi, inviati dalla moglie, e rinvenuti nei jeans Carrera indossati dal boss. Pizzini portati nella masseria di Corleone da cinque «corrieri» finiti nel mirino della polizia.
Ecco la spiegazione che il pentito Mannuzza, alias Antonino Giuffrè, dà dell'ossessione del boss a scrivere per eludere microspie, a girare poco per strada così da sviare telecamere e impianti satellitari: «Nel '97 - verbalizza Giuffrè - diedi a Provenzano uno strumenticchio, un apparecchio non particolarmente sofisticato, a transistor. Lui lo usava in modo maniacale, negli ambienti chiusi e nelle auto. Prima di entrare ci faceva la radiografia passando dappertutto questa specie di radiolina». Nei pizzini non c'è un nome, ma solo numeri. Giuffrè ne conservò tanti, al momento della conversione li regalò agli inquirenti, che gli chiesero perché non li avesse triturati. «Meglio averli quando arrivano gli sbirri che non quando arriva un capomandamento a contestare determinati affari». È roba che scotta. È il «codice da Provenzano», un cifrario arcaico, alfanumerico, antintercettazione, venuto alla luce per la prima volta agli inizi del gennaio 2001, in una masseria di Mezzojuso, dove gli investigatori non trovarono ciò che cercavano ma solo il boss Spera e il contadino-postino Nicolò La Barbera. «Con il tuo permesso - scriveva il Padrino - ho contattato 10122341, mi sono visto con la persona 512151522, siamo rimasti che ci vediamo dopo le feste, alcune persone hanno parlato di cifre grosse, e mi riferisco a 1316942016». Al contrario, donna Saveria Benedetta Palazzolo in Provenzano si relazionava col marito nero su bianco usando un giro di parole solo per raccontare che «con l'amore mio e il volere di Gesù» tutto andava bene nonostante la perquisizione (una “visitina”) avvenuta la notte di Capodanno». I contatti epistolari del figlio Angelo avvenivano allo stesso modo, anche se il giovane ricorreva a un file del suo pc che poi stampava per il padre-Padrino. Il giorno della Befana del 2001 il ragazzo racconta degli affari di famiglia, degli studi. La missiva innocente si chiude con un «ciao Papà. Ps: Ti saluta 3251665212».