Il traditore Fini lascia orfana la destra del Pdl

Il presidente della Camera non ha voltato le spalle solo al premier ma anche all'ala conservatrice del partito, eredità della vecchia An. Il suo radicalismo forse piace, ma in democrazia serve il consenso popolare

Finì. Il sostantivo, rivelatosi senza sostanza, mutò in verbo. Finì il leader della destra italiana, l’alleato di Berlusconi e forse il suo più popolare successore, finì il patto con lui. Non ripeterò le cose che ha già scritto il Giornale e che ha già detto il popolo dei lettori e degli elettori. Sono cose che condivido e che non devo ripetere, avendole scritte già da qualche anno, quando quasi nessuno le diceva. Non mi pare il caso di ribadire l’abissale differenza tra il leader Berlusconi e lo speaker Fini. E non mi piace celebrare i divorzi, esaltarmi per le mattanze o invocare la chiusura rapida del rapporto tra lui e il Popolo della libertà. Le separazioni non si festeggiano. Sono atti dolorosi ma a volte necessari. Vorrei fare un passo in più e dire un’altra cosa: ora ci vuole qualcuno che rappresenti quel mondo di persone, di comunità, di valori, di sensibilità, di mentalità che un tempo si chiamava destra. Qualcuno che all’interno del Popolo della libertà - riconoscendo la leadership di Berlusconi come pienamente legittima, condivisa ed evidente, una leadership nei fatti, non ideologica - rappresenti autorevolmente all’interno di questo vasto mondo l’accentuazione di temi, ragioni e passioni che attengono ad una parte rilevante del centro-destra.

Lo dico per tre ragioni. La prima è che si tratta di dare una voce, una rappresentanza, un peso a un mondo che non può restare sottinteso e sottotraccia. L’importanza dell’identità nazionale, la difesa della nostra civiltà cristiana ed europea, il senso dello Stato e dello spirito pubblico, la memoria storica del nostro paese e la capacità di giudizio del nostro passato non succube delle vulgate culturali dominanti, il senso religioso ma non clericale, il primato della famiglia, la rivoluzione meritocratica e la preferenza comunitaria. Tutto questo è perfettamente compreso dentro il popolo della libertà, pienamente inserito nel suo orizzonte; ma insieme a una visione liberale e liberista, laica e transnazionale, garantista e plurale. Il popolo della libertà ha ereditato anche i versanti del craxismo, della dc più moderata, dei laici, liberali e repubblicani, è un mondo composito, che nel suo complesso, si riconosce tutto nel leader Berlusconi. Ma è necessario che sia visibile e audace quella componente di un vero e moderno conservatorismo, che Fini ha disatteso e tradito. Perché i tradimenti di Fini, lo sapete bene, sono due, o forse ventidue. Uno, vistoso, è nei confronti di Berlusconi, del governo e dell’alleanza con lui. Ma l’altro, sostanzioso, è rispetto a ogni tipo di destra. Non solo quella classica, non solo quella missina, non solo quella conservatrice e tradizionalista, ma anche quella che difende i valori religiosi e nazionali, e parlo di destre europee in corso, come quella di Sarkozy che affrontò la sua battaglia politica ed elettorale partendo dall’idea di rovesciare il ’68 ancora vivo nelle viscere francesi. O anche inglese, tedesca, spagnola. Non può gemellarsi con Aznar e poi assumere posizioni più vicine a Zapatero che ad Alianza popular. Smettetela voi del fan club di Fini, e mi riferisco soprattutto alla stampa, perché Fini è l’unico che abbia finora unito Corriere della sera, Repubblica, ma anche Stampa e Sole-24 ore, di definire quella di Fini «la destra moderna». Giudicatela come volete, ma quella di Fini non si può definire in quel modo. È altra roba, che può piacere a gente che proviene dal mondo radical, forse liberal, comunque più di sinistra. Un piacere che non muta in consenso. E in democrazia non si può fare politica prescindendo dal consenso dei popoli e dagli orientamenti culturali nella vita reale del paese.

Seconda ragione. In politica non esistono i vuoti e non si può pensare di amputare il Popolo della libertà senza pensare a niente e nessuno che possa colmare quell’arto fantasma ma reale, profondo e diffuso. Berlusconi non può colmare tutti gli spazi e le altrui carenze, caricarsi di tutte le defezioni; perfino gli imperi prevedevano al loro interno diversità e costellazioni, seppure armoniose, e così duravano nel tempo e sopravvivevano a tutto e a tutti. Ogni perdita deve essere bilanciata da una conquista, ogni defaillance da un rilancio. I vuoti sono pericolosi ed è necessario anche a Berlusconi che qualcuno bilanci la presenza forte della Lega.

E qui sorge la terza ragione. È necessario rifondare e rinnovare una componente comunitaria e nazionale dentro il Popolo della libertà anche per tutelare il bipolarismo. Cresce l’idea, che personalmente coltivo da lungo tempo, che oggi la garanzia del bipolarismo sia la presenza di Berlusconi, perché le due coalizioni in campo sono in suo nome, pro e contro di lui. E ci sono partiti, come quello dipietrista, che perderebbero la loro ragion d’essere senza di lui. La manifestazione del 5, che il mio salumiere chiama il No-bidè (No B. day), ne è una prova ulteriore. Perché il nostro paese riesce a reggere il bipolarismo, ma non il bipartitismo assoluto, e Bossi e Di Pietro lo confermano. Ma se si vuole tutelare il bipolarismo occorre far crescere le diversità dentro e non fuori del bipolarismo. Renderle compatibili, sinergiche, leali. Il contrario di quel che hanno fatto Gianfrego e Pierfrego, per intenderci, per riferirci appunto a Fini e Casini. È necessario trovare qualcuno che sieda degnamente alla destra del padre.