Tragedia in alta quota: 14 dispersi sul K2

Dopo l’ennesimo incidente, le polemiche. Messner: «Colpa dell’alpinismo di massa»

Venerdì primo agosto doveva essere il giorno del cosiddetto «summit push», cioè del tentativo alla vetta. Una spedizione olandese stava conducendo le operazioni, sotto la direzione del capo spedizione Wilco van Rooijen. Con gli olandesi un’altra spedizione coreana, gli italiani Marco Confortola e Roberto Manni, un irlandese, il francese sessantunenne Hugues d’Aubarade, un nepalese, un serbo. Forse qualcun altro, all’insegna dell’incertezza più assoluta, come sempre succede nell’alpinismo dove le informazioni sono frammentarie, i volti nascosti dalle maschere e le parole centellinate al minimo.
Tutto sembrava tranquillo: all’una del mattino una lunga fila di alpinisti si metteva in marcia per raggiungere la vetta. L’avanzata, che a quote basse è molto più celere, qui rallenta mano a mano che ci si avvicina alla vetta, sopra la fatidica quota 8000. A un certo punto giunge la notizia, confermata da chi a Campo Base sta seguendo coi binocoli, che diciassette alpinisti hanno superato quota 8200, sopra il «Collo di bottiglia».
Mancano 400 metri. Sono le quattro del pomeriggio sul K2. Si viene a sapere che un serbo è caduto nel baratro ribaltandosi come una marionetta. Prima vittima di quest’anno sul K2. Attorno alle 20, un po’ più tardi rispetto alle salite degli altri anni, Wilco van Rooijen telefona con il suo satellitare: «Siamo in vetta!».
Ecco. Il momento dei festeggiamenti è in realtà quello di incrociare le dita. Si sa. Tutte le montagne, il K2 più delle altre, sono temibili soprattutto in discesa. Si è più stanchi, la concentrazione cala, calano anche le tenebre, e la discesa è da sempre tecnicamente più delicata. Intanto in Italia si aspetta la notizia della vetta di Marco Confortola. Notizia che non arriva. Il suo staff valtellinese si preoccupa. Finché, alle 22 ora italiana, quando là ormai sono le 2, Marco chiama e dice che sta per scavare un buco nella neve per bivaccare insieme a un olandese a quota 8200. Due temerari, un nepalese e un olandese, al buio, senza le fisse, hanno provato a scendere al campo base 4, e ce l’hanno fatta. Per gli altri si prepara un bivacco coi brividi. Alle prime luci dell’alba di sabato con la discesa comincia quello che potrebbe essere uno dei più grandi disastri della storia dell’alpinismo: al Campo 4 ieri sono arrivati solo in 5; erano partiti in 18 il giorno prima.
E gli altri? Alcuni sono stati visti precipitare, ma non si sanno ancora nomi e cognomi. Certo è che Confortola è arrivato a Campo 4 sano e salvo. Ora deve scendere, ma il peggio dovrebbe essere passato.
Inevitabili le polemiche su questa estate di sangue sulle vette himalayane: «Quello che sta accadendo è il risultato dell’alpinismo di massa - ha denunciato Reinhold Messner -. Nella vicenda sono coinvolte spedizioni commerciali che portano in quota chiunque. Ma quando poi manca l’aiuto dello sherpa, dell’hunza o delle corde fisse, come in questo caso, non c’è l’esperienza per tirarsi fuori dalle difficoltà». Secondo Achille Compagnoni, il primo a conquistare la vetta del K2 insieme con Lino Lacedelli il 31 luglio 1954, i 14 dispersi sulla seconda montagna più alta della Terra possono ancora farcela a salvarsi. «Dal punto dove sono - ha spiegato Compagnoni - la discesa non è tecnicamente difficile. Bisogna però vedere come stanno fisicamente».
«Quando ho saputo della tragedia al K2 subito mi sono venuti in mente gli istanti che ho trascorso a Nanga Parbat. Purtroppo la montagna è anche fatta di queste spiacevoli cose». Questo il commento di Walter Nones, reduce della spedizione in cui nei giorni scorsi è morto il suo compagno di scalata Karl Unterkircher.