Una tragedia che scatena gli opinionisti

(...) Anzi, il comandante ha pilotato la nave verso il porto per limitare i danni, è un eroe». Allora la badante incalza: «Ma che eroe! Ho saputo da Facebook..., e poi su You Tube. È stato lo scoglio, la Scola, o le Scole, non mi ricordo, che hanno fatto sbandare la barca, che così ha inforcato la rotta verso il Giglio... ». Insomma, la tentazione di intervenire è forte, anzi fortissima. Che sia anche comprensibile o, addirittura, giustificata, no, niente affatto. Sarebbe stato meglio, in questa tragedia della «Costa Concordia» - che è una tragedia, non dimentichiamolo, non un reality da opinionisti della domenica al Bar dello sport! -, molto meglio mantenere la massima discrezione, il più rigoroso riserbo da parte di tutti gli «attori non protagonisti». E, magari, anche da parte degli operatori del settore che pure avrebbero la cultura e l’esperienza per intervenire con proprietà, ma non sono ancora in possesso evidentemente degli elementi necessari e sufficienti a esprimere un giudizio definitivo. Tutto questo, in attesa, come siamo, degli sviluppi tecnici, economici, legali e umani che non sono così ben definiti a pochi giorni dal naufragio. Eppure, sono tanti, troppi quelli che non hanno resistito alla tentazione di parlare, fino a rimanerne scottati: ingegneri e ballerine di lap dance, capitani di lungo corso e cantanti, costruttori navali e idraulici, esperti e sprovveduti.
S’è fatto contagiare, l’altro ieri - e travolgere, fino al punto di dare le dimissioni dall’incarico prestigioso -, anche un uomo di mare sempre misurato e riflessivo come Gianni Enrico Scerni: sollecitato a esprimere un parere, s’è lasciato andare, in un’intervista esclusiva ad Alberto Quarati del Secolo XIX, a considerazioni lapidarie, mica da poco. Del tipo: «L’armatore non poteva non sapere». Cioè: «È davvero difficile che la società Costa Crociere non sapesse che spesso i comandanti usavano fare l’“inchino“ davanti al Giglio». A esprimersi così è proprio lui, Scerni, presidente in carica del Rina, il Registro navale italiano, la società che ha certificato sistemi e procedure di sicurezza della navi Costa e della «Concordia» in particolare. Ne scaturisce un vespaio. Il Rina, appena letta l’intervista, dirama immediatamente un comunicato in cui «si dissocia con fermezza» dalle affermazioni del suo presidente: «Le rotte programmate da Costa Crociere - precisa la nota - sono rispondenti a tutti i criteri di buona navigazione. Il contenuto dell’intervista attribuita al Sig. Scerni non risponde alla realtà dei fatti e alla posizione del Rina in questa vicenda. Non possiamo che affermare - conclude il Rina - che la società Costa Crociere ha sempre agito ed agisce nel massimo rispetto della sicurezza, ponendosi obiettivi ben superiori a quelli richiesti dalle normative internazionali, e raggiungendoli». Scerni tenta una precipitosa virata di bordo: «In merito al titolo e all’articolo che non rispecchia i miei commenti e il mio pensiero, desidero precisare che la mia personale posizione è assolutamente in linea con il contenuto della nota stampa inoltrata dal Gruppo Rina». Ma Il Secolo XIX non ci sta e conferma la correttezza «alla virgola» dell’intervista: «Peraltro - sottolinea il quotidiano -, le dichiarazioni del presidente del Rina sono del tutto ovvie: che il Rina e la compagnia Costa ignorino la pratica dell’inchino in vigore sulle navi da crociera è francamente ridicolo. Quanto alla smentita dell’interessato, essa fa parte della diffusa e disdicevole abitudine di lanciare il sasso e poi nascondere la mano». Gli avvenimenti precipitano, e la posizione di Scerni si fa sempre più, come dire?, scomoda. Tanto che nel pomeriggio il presidente del Registro navale italiano getta la spugna: «Allo scopo di non coinvolgere in sterili polemiche sui media la società Rina, che ho presieduto e alla cui crescita ho contribuito con una collaborazione durata 10 anni - spiega -, informo di aver rassegnato le mie irrevocabili e immediate dimissioni dalla carica di presidente e consigliere della società medesima». Conclusione: il Rina si rammarica, ringrazia, dà atto di «responsabilità e affetto», saluta. E non potrebbe essere altrimenti.
A questo punto si dovrebbe parlare di naufragio, se ben altro naufragio, con vittime, non imponesse di evitare involontarie ironie. E non suggerisse anche maggiore cautela agli opinionisti dell’ultima ora: almeno, per rispetto della verità e di chi non ha più voce per raccontarla.