LA TRAGEDIA DIETRO LA FARSA

Povero Prodi, nessuno lo ama più, ammesso che qualcuno l’abbia mai amato. Si è tuffato da solo nella farsa e non ne esce, sicché per lui è cominciato il conto alla rovescia e ieri ne abbiamo avuto una conferma. Come voi sapete noi senatori della minoranza, mettendo sotto il governo, abbiamo approvato una risoluzione che obbligava il presidente del Consiglio a presentarsi a Palazzo Madama per spiegare tutto quel che ha combinato con l’affare Telecom che adesso risulta essere anche la Echelon italiana, il Grande Impiccione che ci tiene tutti sotto controllo attraverso una rete di intercettazioni da far impallidire quelle del vecchio Sifar, il nonno del Sismi negli anni Sessanta che non era mai arrivato a centomila schedati, come l'azienda di Tronchetti e dei suoi sponsor politici. Ma poiché Prodi del Senato ha paura, aveva intrepidamente fatto sapere che avrebbe mandato in sua vece il ministro Gentiloni ad ammannirci una pletorica sbobba sulla strategia delle comunicazioni.
Così ieri alle 16 eravamo in aula pronti ad andarcene al primo apparire di Gentiloni, quando invece, colpetto di scenetta, si presenta il vicepresidente del Senato Gavino Angius che ci informa del fatto che Prodi alla fine, preso a pedate da Franco Marini, ha concesso la sua farfugliante presenza: verrà sì, anche al Senato ma è confuso e non sa quando. Lo spiritista di Palazzo Chigi detto «Mister Three Legs» non avendo potuto svolgere una apposita seduta col piattino può soltanto dire che verrà dopo il 28 settembre, giorno in cui si presenterà alla Camera. Prodi infatti, velocissimo nelle gaffe tipo «il papa lo proteggono le guardie svizzere», è quanto al resto un soggetto affine al bradipo, animale lentissimo che vive appeso ai rami. Tutti i primi ministri dopo essere andati a parlare di fronte a una Camera, subito passano a quell’altra e si tolgono il pensiero. Lui no, lui si affatica. È per questo che, già stremato, aveva gorgogliato «In Parlamento io? Ma che, siamo matti».
Del resto, che sia stanco è chiaro: un giorno vende armi in Cina e il giorno dopo abbraccia a New York l’Hitler di Teheran graffiandosi con le svastiche. Così noi abbiamo sgomberato l’aula osservando i colleghi dell’Unione: sguardi sfuggenti e repressi sghignazzi. Alcuni di loro sostengono che si sta scaldando per la successione Francesco Rutelli, detto da Prodi «Bello Guaglione». Ma potete anche figurarvi che cosa pensi di Bello Guaglione il giustamente ambizioso «Ciao Condy» che quando parla del presidente del Consiglio in decadenza lo chiama «quello» storcendo i baffi. Questo è dunque il panorama della politica ai tempi dell’Unione, panorama posticcio sostenuto purtroppo dagli ottimi lasciti del governo Berlusconi: miliardi nelle casse dello Stato e alta occupazione. Ma dietro la farsa si nasconde la tragedia: si vogliono liberare di Prodi ma senza restituire il mandato al popolo. E infischiandosene del bipolarismo, in forza del quale la gente vota un primo ministro, intendono sigillare le urne e mandare a Palazzo in fila indiana tutti gli aspiranti successori che già fanno le prove insultandosi. Sarebbe, lo diciamo con garbo, il solito colpo di Stato: lo praticò Scalfaro quando impedì le elezioni dopo il ribaltone e quando, caduto Prodi, dette l’incarico prima a D’Alema e poi a Giuliano Amato. Ma attenzione: se la sinistra di elezioni non vuole sentir parlare, bisogna dire che si intravede un partito anche nel centrodestra che invece dello sfondamento e delle elezioni anticipate immediate vuole l’inciucio. È cominciato dunque un doppio conto alla rovescia: uno per la caduta dello spiritista e uno per il ritorno al voto. Ed è il secondo che davvero ci preoccupa.
p.guzzanti@mclink.it