Tragedia e mito del Manchester

Scendendo Wellington road, si può girare a sinistra lungo Stourtbridge. Il cimitero di Dudley sta al fondo di Duncan Edwards close. Nella chiesa di St. Francis una vetrata colorata riporta l’immagine del campione e la scritta «Anche se sono molti i membri dell’universo il corpo è uno solo».

Duncan Edwards aveva ventuno anni quando salì sul Lord Burghley, volo 609, detto Zulu Uniform, il charter della Bea che trasportava il Manchester United da Belgrado verso l’Inghilterra. La giornata era di sole ma fredda, normale per il mese di febbraio, a Monaco di Baviera l’aereo avrebbe fatto scalo per il rifornimento. I quaranta passeggeri a bordo festeggiavano la qualificazione dei Red Devils alla semifinale di coppa dei Campioni; contro la Crvena Zvezda, la Stella Rossa, nella bolgia di Belgrado i ragazzi di Matt Busby avevano pareggiato 3 a 3, sufficiente alla promozione dopo il successo 2 a 1 dell’andata. John Berry, uno dei centrocampisti, aveva dimenticato il passaporto e il gruppo partì con un’ora di ritardo. In volo il freddo si trasformò in neve. A Monaco di Baviera, durante la sosta, il gruppo inglese si divertì a lanciare palle di neveversol’addetto al rifornimento. Il comandante James Thain tentò per tre volte il decollo, la pista era gelata, così le ali del Lord Burghley, la manovra di de-icing per sciogliere il ghiaccio non venne ultimata. All’ultimo tentativo l’aereo non prese quota, la velocità calò da 217 chilometri all’ora a 194, troppo poco per sollevarsi dal suolo. Zulu Uniform andò a schiantarsi contro un muro di cinta e quindi finì la sua corsa contro una casa, fortunatamente vuota. L’aereo si spezzò in due. Erano le 3 e 04 del 6 febbraio del 1958. Morirono sul colpo sette calciatori: Geoff Bent, Roger Byrne titolare nella nazionale inglese, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor, LiamBilly Whelan,il segretario del club Walter Crickmer, il preparatore Bert Whalley, l’allenatore Tom Curry, i giornalisti Alf Clarke del Manchester Evening Chronicle, Don Davies, del ManchesterGuardian, George Follows, del Daily Herald, Tom Jackson, del Manchester Evening News, Archie Ledbrooke, del Daily Mirror, Henry Rose, del Daily Express, Eric Thompson, del Daily Mail, Frank Swift, del News of the World, Bela Miklos agente di viaggio, il tifoso Willie Satinoff e lo steward Tom Cable.

Duncan Edwards venne estratto ancora vivo nel fumo acido delle lamiere. Aveva lesioni multiple alle gambe e gravissimi danni interni. I medici lo tennero in vita per due settimane ricorrendo a un rene artificiale, il fisico di Duncan lottò fino al ventuno febbraio, poi si arrese. Edwards era la grande promessa del calcio inglese, era nato a Dudley, nelle Midlands, nel Trentasei. Matt Busby lo aveva fatto seguire da quando aveva 14 anni ma giocava da veterano, lo convocò a Manchester e il giorno del sedicesimo compleanno Duncan Edwards firmò per lo United. Il 4 aprile dell’anno dopo esordì contro il Cardiff City diventando il più giovane calciatore a giocare nel campionato inglese. Duncan Edwards era un centrocampista di fattura incredibile, oggi si direbbe universale. Giocò 151 volte con l’United, segnando 20 gol e nel museo di Dudley ci sono i 18 caps (cappellini) delle sue presenze in nazionale con 5 gol. La leggenda dice che sia stato il piùgrande di ogni tempo. Secondo Bobby Charlton, un’altra bandiera del calcio inglese, sopravvissuto alla tragedia di Monaco, «un solo calciatore mi ha fatto sentire inferiore, è stato Duncan Edwards. Se dovessi giocare per la mia vita e potessi prendere un uomo con me, questi sarebbe lui». Edwards aveva ventuno anni, Charlton venti, Duncan con la maglia numero 6, andava per ogni dove del campo, Robert-Bobby con il 9, aveva il passo elegante, lo shoot feroce. A ventiquattro anni cominciò a perdere i capelli e prese a pettinarsi i quattro lunghi biondicci peli in testa in modo da coprire la pelata, questo stile è ancora oggi chiamato «la pettinatura alla Bobby Charlton».

Là dove si spense la vita ma nacque la leggenda di uno, Duncan Edwards, ebbero inizio la carriera e la storia dell’altro, Sir Robert Charlton da Ashington, Pallone d’Oro nel 1966, anno del titolo mondiale inglese, una cappelliera piena di 759 caps e 249 gol con lo United. E in nazionale 106 partite con 49 gol, uno anche all’Italia nello storico,per gli azzurri, 2 a 2 di Wembley, il 5 giugno del 1959. In quella notte a Monaco di Baviera sopravvissero con Charlton otto calciatori: Berry, Blanchflower, Dennis Viollet, Ray Wood, tutti ormai scomparsi, mentre restano ancora in vita Bill Foulkes, Harry Gregg, Kenny Morgans e Albert Scanlon. Insieme con loro si salvarono il fotografo Ted Ellyard, la signora Miklos moglie dell’agente di viaggio, due hostess, miss Cheverton e miss Bellis, e due passeggeri Lukic e Tomasevic. La storia del Manchester United incominciò sotto la neve di Monaco, nel fumo delle lamiere, tra le urla strazianti e le sirene delle ambulanze, prima del silenzio che avvolse l’aeroporto e coprì Manchester, l’Inghilterra e l’Europa intera. Matt Busby restò in coma per un mese, per due volte ricevette l’estrema unzione, sul finire di aprile tornò a rivedere la vita e a ricominciare l’avventura dei suoi ragazzi, i Busby’s Babies.

Fino a quei giorni lo United era un club che si era rialzato dalla crisi, nel dopoguerra la squadra era finita in seconda divisione ma con l’arrivo dello scozzese Matt Busby e una politica che puntava sui giovani, il Manchester riprese quota, vincendo la coppa d’Inghilterra e per tre volte il campionato, per partecipare alla coppa dei Campioni nella stagione ’57-58. Il City, l’altra squadra della città, aveva avuto il privilegio di ospitare (a pagamento) lo United dopo il bombardamento dell’Old Trafford. Frank Swift, il giornalista del News of The World morto a Monaco, era stato portiere del City, oltre che della nazionale, e la tragedia unì così le due tifoserie, ma non del tutto. Fu fatta festa in alcuni pub di Manchester, la morte dei rivali venne accolta con gioia cinica dai più giovani supporters. Lo United giocò la prima partita, subito dopo il disastro, battendo lo Sheffield Wednesday 3-0. Sul programma ufficiale della partita lo spazio delle fotografie di ogni calciatore era stato lasciato in bianco, nessuno sapeva chi, Jimmy Murphy, vice di Busby, avrebbe potuto schierare. La squadra crollò al nono posto, arrivò alla finale della coppa d’Inghilterra perdendo 2 a 0 con il Bolton e venne eliminata dal Milan, prima squadra europea ad affrontare gli inglesi dopo la tragedia, nella semifinale dei Campioni, ritardata a maggio. Dieci anni dopo, Matt Busby avrebbe vinto la sua più grande sfida, lo United di Dennis Law e George Best conquistò la coppa dei Campioni nella finale contro il Benfica. Sul prato di Wembley correvano anche Bobby Charlton e Bill Foulkes.

Oggi un minuto di silenzio, vero, profondo, riempirà lo stadio imperiale prima dell’amichevole tra Inghilterra e Svizzera. Domenica il rito si ripeterà per il derby del Maine. All’Old Trafford, sui muridi mattoni rossi,unorologio segna la stessa ora, le 3 e 04, memoria di un pomeriggio di cinquant’anni fa, il rombocupo di un aeroplano, poi la neve di Monaco ricoprì i fiori di Manchester.