La tragedia di Kát’a Kabanovà si specchia sull’acqua mortale

In scena per la prima volta alla Scala a 85 anni dal battesimo l’opera di Janácek

Alberto Cantù

da Milano

Lo spazio scenico è vuoto, immenso e neutro così da accentuare l’isolamento dei personaggi, la loro straniata desolazione, i sensi di colpa, «distanze» incolmabili. È Kát’a Kabanovà anno 1921, approdata ieri per la prima volta (sì: la prima) con meritato successo alla Scala. Offerta nel mirabile allestimento della De Vlaamse Opera di Anversa, regista Robert Carsen.
Una regia tutta sulla musica (e in Janácek la musica è l’azione) che parte da un dato di realtà - Kalinov piccolo centro di mercanti affacciato sul Volga - per trasfigurarlo. Il palcoscenico è così uno specchio d’acqua che simboleggia il bilico costante sul baratro e la spinta ineluttabile della protagonista verso l’abisso-annientamento.
La scena, dunque, si direbbe congegnata per un teatro a gradoni. Viceversa in Scala solo dalla galleria o da un palco si vede con chiarezza l’acquatico palcoscenico dove ogni danzatrice - la bianca Kát’a «moltiplicata» per il corpo di ballo - giace su tavole di legno-tombe o croci (Ouverture) oppure si contorce in un disperato naufragare durante l’uragano.
Ciò che conta realmente, però, è il fondale, neutro anch’esso (e visibile al meglio pure in platea) che rispecchia un baluginare d’acqua e di corpi, di luci e di simboli. Lì, su una striscia di terra tra il fiume, vedremo compiersi il duetto d’amore di Kát’a e Boris, cuore dell’opera. Su quella parete, cerchi concentrici d’acqua cattureranno la donna che s’affoga.
Meraviglia troppo poco frequentata l’opera di Janácek, meraviglia la regia di un Carsen al top (scene e costumi di Patrick Kinmonth; luci abbacinanti o ad effetto silhouette dello stesso regista e di Peter Van Praert), di grande forza e profondità il testo messo in musica: L’uragano di Ostrovskij che Vincent Cervinka tradusse in ceco e Franco Pulcini ha reso (viva il display) in un italiano di grande aderenza e intensità.
Ancora. Allestimento d’una «pulizia» assoluta (anche i costumi: abiti anni Trenta a tinte smorte)e d’una stilizzazione tale che ai cantanti-attori è richiesto un impegno assoluto nell’incarnare personaggi e vicenda, emozioni e deliri che a loro soltanto competono. Quelli che l’orchestra onnipresente di Janácek «racconta» e sottolinea senza sosta. Un’orchestra che John Eliot Gardiner, al suo felice debutto scaligero, rende ancora più sinfonica, protagonistica e «ondosa» di quanto è già. Con lo stato di grazia dei complessi scaligeri, ecco così il mirabile fluire sonoro: un canto terso, novecentesco eppure coinvolgente, distillato ma netto.
Ci sono però vari problemi. Un po’ l’orchestra che finisce per prevaricare, in termini di decibel e di emozione, il palcoscenico. Un po’ la storia dell’acqua «ti vedo e non ti vedo». Un po’ il cast, di tutto rispetto ma senza grandi voci e grandi attori. Morale. L’allestimento funziona a scartamento ridotto.
Esempi. L’unica a «riempire» attorialmente la scena è la terribile, virulenta suocera di Kát’a, nera dentro e fuori ovvero sepolcro imbiancato: una Judith Forst la cui voce, però, è rotta e precaria. Solo discreto vocalmente e assai «tenore» nel porsi è il Boris di Peter Straka, l’uomo per cui Kát’a prova un sentimento finalmente corrisposto e le sofferenze di chi ha conosciuto una volta soltanto l’amore prima di morire in solitudine. Più Mélisande (ideale) che Kát’a ci sembra la delicatamente spaesata Janice Watson: pianissimo squisiti, acuti limpidi, mezze voci sognanti ma «peso specifico» limitato. Maggiore quello dell’altra coppia d’amanti (una mordente Elena Zhidova-Varvara; un generoso e comunicativo Stefan Margita-Kudrias), dell’alcolizzata serpe delirante che è Dikoi (Vladimir Ognovenko) e del fin troppo «straniato» marito senza midollo di Kát’a: Guy De Mey alias Tichon. Come sia, spettacolo da non perdere (si replica fino al 24).