La tragica normalità di una cocainomane

Anna Galiena torna a mettersi in gioco accettando la sfida di uno spettacolo difficile, coraggioso dal titolo: Quale droga fa per me?, monologo di Kai Hensel, nella messa in scena di Andrée Ruth Shammah, al Teatro India in scena da questa sera fino al 26 ottobre.
«Sì, si tratta di una scelta coraggiosa - spiega la Galiena -. Ero alla ricerca di un monologo da portare a teatro e, tra gli altri, mi è stato proposto questo copione: leggendolo ho avuto i brividi, ma ho anche avuto paura di come lo spettacolo sarebbe stato accolto dal pubblico. Quello che mi ha colpito del testo è stata la profonda umanità della tragedia di una donna che compensa la sua debolezza con l’uso di droghe, anziché cercare la forza dentro di sé».
In scena, infatti, il monologo svela la storia di Hanna, una donna normale con un marito ingegnere e un figlio che va a scuola, con un quotidiano in cui entra prepotentemente la droga. «La società di oggi chiede molto - aggiunge l’attrice - chiede, di essere sempre più performanti, competitivi, affascinanti e forti, è per questo che, nel settore del consumo delle droghe, la cocaina ha soppiantato il consumo di eroina. Ma la forza che deriva dall’assunzione di sostanze stupefacenti è una finta forza, solo un’illusione che conduce, inevitabilmente, alla discesa, per tutti coloro che non riescono a trovare la forza dentro di sé. Ecco, il mio personaggio è una di quelle donne che non riesce a trovare questa forza, ma avendo la stoffa di un’eroina classica, va avanti fino in fondo incontro al suo destino e trovando in questo il suo riscatto». Un’eroina classica, nonostante il tema sia decisamente atipico per una messa in scena teatrale, protagonista di una tragedia che si fonda sul concetto di catarsi.
«L’argomento è universale - spiega la Galiena - riguarda l’uomo, le sue debolezze e la necessità che ha sempre avuto di abusare di sostanze esterne per sentirsi forte, sia che si tratti di droga, sia che si tratti di guerra, aggressività, aggressioni. La catarsi ha un ruolo purificatore che non appartiene necessariamente a tutto il teatro, ma solo alla tragedia in senso stretto, quella in grado di calare lo spettatore nel dolore più profondo per poi farlo riemergere. Il pubblico milanese, che già ha assistito allo spettacolo, ha riso, si è stupito, divertito, scioccato».