La tragica verità dell'ultimo noir: i mostri abitano alla porta accanto

Il «delitto più efferato della storia d'Italia» era cominciato con una falsa pista e si è concluso, tra lacrime e sorprese, con un colpo di coda da romanzo criminale

I bagliori delle fiamme che squarciano una sera gelida d'inverno. I soccorritori che si scambiano parole secche, disperate. La faccia smorta di un vigile del fuoco che vacilla, si aggrappa ai compagni e perde i sensi dopo che ha appena visto ciò che non avrebbe mai pensato di vedere lassù, al secondo piano di quella palazzina gialla. Ha i contorni ben nitidi, delimitati dal nastro sconfortante che si stende sempre e solo per preservare le scene del crimine, il mio ricordo di quella sera dell'11 dicembre 2006. La nebbia quella vera, fitta e infida, lungo la strada da Milano. E poi un'altra nebbia, strana. Sfumata e ricreata dalla luce surreale delle fotoelettriche che mi si presentava lì all'improvviso, in via Diaz a Erba. Un fastidioso malessere, un groviglio di sentimenti e di presentimenti che non riuscivo a decodificare mentre mi sporgevo con la testa oltre quel nastro per sbirciare particolari da mettere in fila sul taccuino.

È questa la prima istantanea del mio personalissimo album sul «crimine più efferato della nostra storia giudiziaria» come il pm Massimo Astori ha definito la strage di Erba. È un'immagine, anzi l'immagine che in questi 23 mesi non ha mai smesso di ritornarmi in mente. Procurandomi puntualmente, non me ne vergogno, ogni volta lo stesso malessere di quella sera. Impalpabile. Indefinibile. Ventitré mesi cominciati sul calendario dell'orrore, al secondo piano di quella palazzina gialla di un paesotto di provincia con quattro cadaveri e una quinta persona ridotta in fin di vita. Che, minuto dopo minuto, ha deciso di continuare a respirare solo per i suoi figli. E con quella forza di disperazione ha messo lui per primo, prima dell'ergastolo comminato ieri, le catene in aula a Olindo Romano e a Rosa Bazzi. Con un riconoscimento pubblico, drammatico, sofferto. Quel coraggioso rantolo che voleva sembrare un urlo: «È lui, quel delinquente, è Olindo Romano, lo conosco benissimo». L'indice che punta dritto verso la gabbia degli imputati. Lo sguardo che, per la prima volta, dopo quella sera dell'11 dicembre 2006, torna ad incrociare quegli stessi occhi. Gli occhi del suo aggressore. «È inutile che mi guardi così, sei stato tu disgraziato. Ti riconosco. Disgraziati».

È del 26 febbraio 2008, un'altra fotografia fondamentale di questo noir tessuto e tramato dai vicini di casa che non sopportavano disordine rumore e per questo, hanno stabilito i giudici di Como, hanno compiuto una mattanza che ha un che di primordiale. Ventitré mesi. Più o meno l'età di Youssef, il figlio di Raffaella e Azouz, rincorso, e sgozzato anche lui come la mamma come la nonna come la vicina di casa dai sicari del piano di sotto. E trovato dall'anatomopatologo senza più una goccia di sangue, accasciato sul divano dove aveva imparato a coccolare il suo peluche.

Quelli del piano di sotto, dunque, è la conclusione ventitré mesi dopo. Eppure quella sera di dicembre il colpevole sembrava già essere stato individuato, questione di ore. Il tempo di agguantare Azouz il tunisino, lo spacciatore. Il pregiudicato del quale Raffa si era invaghita e per il quale aveva rotto i rapporti con la famiglia e spazzato via le seduzioni di una vita comoda e solida come le poltrone e gli arredamenti prodotti dall’azienda di famiglia. Ma Azouz ha un alibi di ferro, e primo colpo di scena nel sequel dei colpi di scena viene scagionato proprio dalla persona che avrebbe dovuto avercela di più con lui, il patriarca Carlo Castagna: «Azouz mi ha telefonato da Tunisi, con la strage non c'entra nulla, l'ho già detto agli investigatori».

Così l'Italia della rabbia scopre all'improvviso anche un altro grande protagonista di questa vicenda, l'uomo del perdono. Quell'uomo minuto quanto grintoso. Lucido persino nel dolore. Comprensivo e spiazzante nella sua voglia di piangere ma non di vendicarsi. Nei tumulti del cuore trova spazio così l'abbraccio di Carlo Castagna al genero davanti ai giornalisti, al suo rientro, e più tardi, è il 23 gennaio del 2007, ancora a Zaghouan. Che è una Erba più piccola e più povera. A Zaghouan dove si scatena l'inferno mediatico e il funerale islamico di Raffaella e del piccolo Youssef si trasforma per qualche ora in un reality show per la presenza del fotografo Corona e per le presunte trattative notturne di scoop fotografico tra lui e Azouz. Che comincia in quell'occasione a perdere la faccia e la vernice, nell'opinione pubblica del vedovo inconsolabile.

«Attenti, fate piano. Non giratela». Mancano pochi minuti alle 14 quando, sotto un sole che brucia, stretto nel suo cappotto grigio che sembra soffocarlo, circondato da una folla di musulmani che ritma litanie, il grande patriarca vive il momento più drammatico. Sorretto da una fede troppo forte per non suscitare, in quanti come me se ne sono poi pentiti, tanti, troppi dubbi. Avrà solo due cedimenti in tutta questa vicenda: quell'«assassini» che gli affiora sulle labbra mentre incrocia lo sguardo di Rosa e Olindo in gabbia e lo sfogo liberatorio di ieri prima della sentenza. Con quel «basta!» che ribatte con l'esasperazione di un essere umano l'ultima vana acrobazia dialettica di Olindo che proclama innocenza, e esprime sincero dispiacere per le vittime delle strage.

Olindo e Rosa le altre immagini sempre e comunque presenti nella moviola di questo film che, fino all'ultimo round non ci ha risparmiato pugni nello stomaco. Perché spiazzanti e frastornanti sono state anche le loro tenerezze, i loro sussurri, i loro risolini sarcastici puntualmente osservati da noi cronisti ammessi in aula. Noi lontani solo un palmo dalla loro bolla di sapone in cui vivevano prima in via Diaz e hanno continuato a vivere in gabbia. Gli esploratori dei territorio più difficile e imperscrutabile, la mente umana, ci hanno dispensato di tutto su di loro in questi mesi: Rosa la bambina che induce e condiziona le azioni di Olindo, il quale ha per lei un senso di protezione, riconducibile alla figura di marito-padre. Rosa e Olindo complici e vittime di una folie à deux, una follia a due. Le mani che si sfiorano, si intrecciano. Si legano nella gabbia per suggellare la loro verità. E, quando è il caso, si alzano. Ma non in segno di resa, solo per tener lontano gli intrusi e i curiosi. Dalla corte e dalla Corte. Per sempre.