«È un tragico esempio di una generazione viziata»

Il conte Gelasio Gaetani: «Il 90% di quelli che conosco fa uso di droghe»

Tony Damascelli

Gelasio Gaetani è un conte dai lunghi capelli di colore autunnale e la barba da moschettiere. Il conte, presente nell’araldica della famiglia Agnelli (andò sposo a Noemi dei conti Marone Cinzano), ha lasciato il segno, durante Porta a Porta di lunedì sera, parlando con la voce, che era un fiato, di Lapo Elkann, commuovendosi, con gli occhi umidi, alle immagini di Edoardo Agnelli, suo coetaneo e sodale di infanzia, reagendo con rabbia alla montata lattea di ipocrisia che aveva preso lo studio e gli astanti: «Il novanta per cento delle persone che frequento fa uso di droghe, spesso accade in modo anche maleducato come aperitivo alle cene».
Il giorno appresso il conte non corregge, non è il caso di sciocchi pentimenti, meglio l’onestà di parole sincere, di memorie vere; il conte ribadisce, spiega, illustra parole forti che hanno frantumato vetrine tenute su con il mastice del pensiero debole: «La generazione attuale propone giovani viziatissimi, senza una scuola di vita, con il cervello spazzato via da una futilità sempre più emergente. Io non ho mai fatto uso di droghe, mi sono sentito come un pesce fuor d’acqua nel mio ambiente, quasi un diverso, ma la droga non mi ha mai interessato, l’ho tenuta a distanza, non mi è piaciuta perchè il piacere, anzi i piaceri della vita sono altri. Per me, lo ammetto, sono i caffè, otto, nove al giorno e una bottiglia di vino rosso, al tramonto, variando, dal Brunello di Montalcino al Nero d’Avola di Sicilia, al Pinot del Trentino».
D’accordo, i vizietti personali di chi ha in Toscana poderi e domini anche tra le vigne alla voce Argiano sono un momento dolce e spensierato ma qui i pensieri sono cattivi, qui si sfiora la vita e l’esistenza di un giovane Elkann che porta il nome di Lapo: «Lo stesso di uno dei miei figli che mi sta rendendo nonno per la seconda volta. La vicenda di Lapo Elkann è diversa da quella che segnò Edoardo. Questo era nato in un contesto nel quale suo padre, l’avvocato Gianni, viveva il successo, era interessato con ambizione all’impresa. Edoardo venne trascurato dalla famiglia, il suo universo non venne preso mai in considerazione, la sua fu una sofferenza profonda, con un epilogo tremendo. Lapo invece è l’esempio della tragicità di questa generazione, la sua è la storia di un ragazzo viziato, privilegiato che al di là del dramma che ha provato, con la perdita dei suoi punti di riferimento, dal nonno allo zio ai cugini, ha avuto tutto ciò che nessun altro ragazzo al mondo ha avuto in così breve tempo: il suo merito è quello di avere scosso un ambiente, quello lavorativo, abbastanza fermo e grigio ma, come la maggior parte dei giovani, Lapo si è fatto intrappolare. Penso, conoscendone l’energia, che un giorno saprà far tesoro di questa tremenda esperienza, quando il caso si sarà sgonfiato, non so quando ma dovrà accadere. Provo un senso di tristezza e di delusione ma devo ritenere anche che qualcosa e qualcuno interverrà per risolvere una crisi esistenziale, insomma che Lapo sappia e debba uscire da questa storia. Di certo Alain, suo padre, è una persona di grandissima sensibilità ma i ragazzi vanno per conto loro e Lapo è stato buttato in una jungla, con compiti onerosi e forse non ce l’ha fatta». Gelasio Gaetani non aggiunge parole ma ha offerto pensieri. La jungla è abitata da giovani e vecchi, privilegiati e non. Ma nella jungla ci deve essere un Tarzan, qualcuno che alzi la voce, che affronti l’emergenza, che non si accorga dell’accaduto una volta che questo ormai ha lasciato vittime e feriti. Sopra, attorno, vicino a Lapo Elkann c’è il vuoto, il silenzio non soltanto discreto che è quasi un aristocratico distacco. L’assenza di un patriarca che era Gianni Agnelli, per lui e per tutta la famiglia, anche per l’azienda. Oggi ancora icona, tra qualche decennio letto e decodificato da una critica meno affascinata dal carisma, dalla personalità assoluta dell’Avvocato la cui scomparsa, assieme a quella del fratello Umberto, con la morte di Giovanni Alberto e di Edoardo, ha cancellato due generazioni nel breve spazio di sei anni, ha privato Torino e una parte dell’Italia, di un riferimento storico, imprenditoriale e politico ma, per alcuni, se non tutti i componenti della famiglia, anche psicologico.
Tramontato il sole la zona d’ombra si è allargata. Non è un alibi alle scelte esistenziali fatte e all’abisso nel quale è precipitato Lapo Elkann ma è una delle chiavi per leggere la trasformazione, lenta, inesorabile, di un fenomeno «GLI AGNELLI» che oggi è costretto a leggere e subire storie, vicende che accelerano la fine di un’epoca. Che non è certamente finita in una stanza squallida, al piano terra di via Marocchetti a Torino, domenica notte di un ottobre molto, molto strano, senza un tramonto da celebrare con una bottiglia di vino rosso.