Tragicommedia a puntate

Sfregio e spregio. Cambiando due consonanti si ottiene il quadro politico italiano del momento: sfregio delle istituzioni e spregio dell'avversario sono infatti i tratti di un governo che sta schiacciando come un rullo compressore le regole di una democrazia normale.
Il caso Visco-Guardia di finanza è la storia esemplare di questa tendenza al dispotismo ormai sempre più accentuata. Il tragicomico episodio di ieri - l’annullamento della cerimonia di insediamento del nuovo comandante delle Fiamme gialle - è il frutto di una situazione giunta al limite. La Corte dei conti alla fine ha registrato (turandosi il naso) il decreto di nomina del generale D’Arrigo, ma il «monito» inviato dalla magistratura contabile al governo è una pagina nera senza precedenti, la certificazione della patologia di una Repubblica che non riesce più a garantire l’equilibrio tra i poteri, perché qui l’autonomia degli organi di controllo sembra sopraffatta dall’organo politico.
Il Parlamento è inerme di fronte a un governo che si muove con la delicatezza di un elefante in una cristalleria. Perfino il Presidente Napolitano è ignorato dall’esecutivo: il suo appello a non governare a colpi di decreto è caduto nel vuoto.
Il problema investe tutti i campi d’azione di Palazzo Chigi. Non si salvano né la forma né la sostanza dei provvedimenti. Le prime avvisaglie di questo pressappochismo tendente al dispotismo si erano avute con l’invio della Finanziaria con un giorno di ritardo alla firma del Presidente della Repubblica. Non si trattava di un episodio, era l’inizio dell’escalation. Abbiamo poi assistito alla revoca di un consigliere Rai da parte del Tesoro che il Tar ha sospeso; a un decreto legge sul cuneo fiscale firmato il giorno prima dell’assemblea di Confindustria che sarà lasciato decadere per imbarazzanti problemi di copertura; al varo di una serie di decreti - ribattezzati «lenzuolate» - abnormi, viziati dall’idea di trasportare la lotta di classe sul terreno fiscale, mal scritti e talmente sgangherati dal punto di vista giuridico da risultare in molte parti inapplicabili e facilmente aggirabili, tanto da divenire una trappola per il cittadino onesto; al dibattito surreale su una riforma previdenziale che doveva trovare la soluzione in marzo. Siamo arrivati a giugno e quel che è chiaro sono solo la confusione e l’incapacità di scegliere.
Su questa inadeguatezza a governare, pesa lo scandalo Unipol. Si vorrebbe liquidare in tre righe e seppellire con il «bavaglio» alla stampa un lampante esempio di conflitto di interesse e commistione tra politica e affari. Unipol pone la parola «fine» al mito della «superiorità morale» della sinistra che, con la complicità di una parte dell’establishment, voleva far passare per «crisi della politica» quella che in realtà è la sua tragica e rovinosa caduta degli dei.
Salire al Quirinale, con un governo in queste condizioni, è inevitabile.