Le trame di Prodi: vuole la riforma elettorale Da che pulpito: medita il rientro e fa l’anti casta

L’ex premier, dopo la sfiducia del 2008 aveva detto "basta con la politica". Ora medita il rientro e tira la volata al referendum contro l’attuale legge elettorale: "I cittadini scelgano". L'ex leader dell'Unione sfrutta l'assist di Parisi sulla raccolta delle firme

Roma - Per essere il grande assente della politica italiana, non c’è dubbio che Romano Prodi sia presente un bel po’. Il settantaduenne professore, tessera numero uno del Pd, pur con quella sua aria dimessa e grigia è in fondo l’unico a sinistra a poter vantare un curriculum da vincente, avendo sconfitto due volte Silvio Berlusconi. Certo, cinque e quindici anni fa: ma che volete, la bacheca della sinistra è un po’ impolverata. Sarà per questo che di un suo ritorno sulla scena si torna a parlare periodicamente. E anche se lui ha sempre avuto talento nel recitare la parte del Forrest Gump, quello che sta lì per caso, quello che se potesse starebbe all’università a tener lezione oppure a ragionare sull’ultimo rapporto sull’economia del Centro America, qualche volta l’idea deve essere balenata anche a lui.

Ieri Prodi ha compiuto un’altra piroetta in questa danza di avvicinamento al proscenio politico. Sul suo sito ha tenuto ad annunciare che domani si recherà al comune di Bologna a firmare il referendum sulla legge elettorale promosso dal suo amico Arturo Parisi. «È tempo di restituire ai cittadini italiani - scrive l’ex premier - il diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Tutti hanno toccato con mano quanti guasti abbia prodotto un Parlamento di “nominati”, determinando una forte perdita di credibilità nelle istituzioni, e il loro allontanamento dai cittadini». Così pontifica Prodi: «Di fronte alla grave crisi economica e sociale che scuote il mondo e l’Europa, l’Italia appare più fragile e a rischio anche perché il Parlamento e i parlamentari non sembrano disporre agli occhi dei cittadini della pienezza della legittimità e di quel rispetto dei quali oggi ci sarebbe bisogno. Noi sappiamo da sempre che all’origine di questa situazione sta la legge elettorale che dai suoi stessi autori è stata definitivamente denigrata con la qualifica di “porcata”. Abbiamo perciò bisogno di una nuova legge elettorale e occorre assolutamente approvarla prima di nuove elezioni». Secondo Prodi «la legislatura è nella sua fase finale, il tempo stringe e sarebbe bene dunque che il Parlamento provvedesse». Ma se l’aula latita, ben venga anche un referendum che spinga gli italiani a esprimersi sulla possibilità di reintrodurre il cosiddetto «Mattarellum», che è «un sistema elettorale rispettoso dei diritti dei cittadini e coerente con una democrazia bipolare».

Insomma, Prodi batte un colpo. E lo fa sotto il capiente ombrello del movimento anti-casta, rifugio di tutti coloro che vogliono un consenso ad anticipo zero e pagabile in comode rate. Insomma: una mezza furbata. Naturalmente questo non vuol dire che il Professore mediti di ricandidarsi in tempi brevi come anti-Berlusconi. Ma è forse colpa sua se il Pd tre anni e mezzo dopo la scoppola elettorale delle politiche del 2008 è, come i sei personaggi di Pirandello, ancora in cerca di autore?

Da quando, sconfitto sonoramente da Berlusconi, Prodi annunciò un ritiro dalle scene politiche, più di una volta si è parlato di un suo clamoroso dietro-front. Spesso in realtà si è trattato di una suggestione, di un’evocazione quasi scaramantica, di una nostalgia da bei vecchi tempi (quelli che diventano belli solo dopo); a volte di un vero e proprio pressing, al quale lui si è sempre sottratto senza però sembrarne particolarmente infastidito. Fu proprio Parisi a lanciare il sasso l’estate scorsa, buttandola lì in un’intervista a Repubblica: «Pensare a Prodi come probabile candidato del centrosinistra non è una prova di fantasia, visto che è l’unico che ha sconfitto Berlusconi. Ma già l’ipotesi dà la misura delle nostre difficoltà». Pochi mesi prima, era l’aprile del 2010, era stato Prodi ad agitare le acque nel Pd proponendo, dalle colonne del Messaggero, una sorta di riforma regionale del Pd. E più d’uno nella dirigenza dei quarantenni stanchi dell’ex Bottegone aveva visto nell’idea un’insopportabile intromissione. Padre nobile sì, ma pensi a giocare a scopetta. O al massimo a fare il sindaco di Bologna, carica per il quale Prodi, nel gennaio 2010, aveva confessato di essere stato tirato più volte per la giacchetta. In quel caso rinunciò, ma non è detto che farebbe lo stesso se la patria del centrosinistra dovesse tornare a chiamare.