Tramonta un mito: i laureati non guadagnano di più

RomaI nuovi laureati trovano lavoro più facilmente dei loro coetanei diplomati. Peccato però che vengano pagati come chi una laurea non la possiede. Nel 2004 un laureato in media guadagnava il 25 per cento in più di un diplomato. Nel 2007, appena tre anni dopo la differenza è scesa al 7 per cento. Anche se si deve tener conto di altri cambiamenti avvenuti nel mercato del lavoro come l’introduzione di una maggiore flessibilità e della crisi incombente si tratta comunque di un dato fortemente negativo. Insomma ha ancora un senso prendere il famoso «pezzo di carta»? Sicuramente sì ma le regole vanno cambiate. Proprio mentre il governo sta valutando se abolire il valore legale del titolo di studio, provvedimento che rappresenterebbe una radicale rivoluzione e che potrebbe arrivare già venerdì sul tavolo del Consiglio dei ministri, la Fondazione Agnelli pubblica un rapporto che analizza i risultati ottenuti dalla riforma universitaria del 3+2, introdotta 12 anni fa. Tra i principali obbiettivi c’era quello di alzare il numero dei laureati in Italia, limitando l’altissima percentuale di abbandoni, creando anche un rapporto più virtuoso tra gli Atenei ed il mondo del lavoro. Eppure, si osserva nel rapporto, «negli stessi anni in cui aumenta l’immissione di laureati sul mercato del lavoro italiano vi sono segnali di un calo del vantaggio retributivo di chi si laurea nel nuovo ordinamento rispetto a chi ha solo un diploma di scuola media superiore».
Dunque sembra che gli obiettivi non siano stati raggiunti non tanto perché la riforma fosse impostata male ma perché come al solito chi l’ha applicata, ovvero gli Atenei ha fatto un po’ come gli pareva. Un esempio? La moltiplicazione dei corsi di laurea e degli insegnamenti. Nel rapporto si osserva come gli Atenei abbiano sfruttato «ampiamente la possibilità loro riconosciuta di attivare corsi con diversa denominazione all’interno della stessa classe di laurea» e così gli studenti ai sono trovati «a poter scegliere entro un panorama vastissimo di corsi, dalle intestazioni spesso fantasiose, pensati più per attirare studenti che per rispondere a un’esigenza di differenziazione dei contenuti formativi e quasi sempre in assenza di attente analisi delle richieste del mondo del lavoro». Insomma sono stati attivati corsi inutili a zero programmazione, infischiandosene del fatto che poi quel corso potesse diventare una fabbrica di futuri disoccupati.
E se è vero che inizialmente le immatricolazioni hanno subito un balzo, il 56 per cento dei diciannovenni nel 2003. Ma ora stanno calando, fino al 47 per cento nel 2010, come a confermare la disillusione rispetto alle possibilità offerte da una laurea. A questo punto, prosegue il rapporto, «viene da domandarsi se non siano state sprecate le ingenti risorse investite in un sistema che tra il 1998 e il 2007 ha aumentato di circa il 50 per cento la spesa per docenze, mentre il reddito nominale complessivamente prodotto in Italia cresceva solo del 7 per cento».