Dal tramonto di Chirac rinasce il gollismo in versione sarkozista

Parigi - na conferma e uno scossone: così si potrà riassumere l’immediato futuro della Francia se le elezioni presidenziali odierne andranno come tutto sembra indicare, cioè verso la vittoria di Nicolas Sarkozy. Conferma nel senso partitico e di schieramento: Sarkozy è il candidato della Destra come lo fu Jacques Chirac e prima di lui Giscard D’Estaing, Georges Pompidou e, naturalmente, Charles de Gaulle ed è espresso dal movimento che sotto varie sigle al gollismo esplicitamente si richiama, dal Rpf (Rassemblement du peuple français) del 1947 allaUmp (Unione pour un mouvement populaire) di oggi. Lo scossone, tuttavia, si annuncia forte: si presenta come una svolta verso la «modernità ». Indica cioè la disponibilità di una maggioranza dell’elettorato a un più rapido e pragmatico adattamento della Francia alle regole del gioco del XXI secolo.

Una trasformazione cui la Sinistra continua ad opporsi più o meno esplicitamente (e per questo appare destinata alla sconfitta) ma che riguarda «trasversalmente» anche la Destra. Il sarkozysmo, scelto in gran parte dagli stessi elettori che per due volte hanno mandato all’Eliseo Chirac, e che da quest’ultimo erediterà buona parte dei ministri e della dirigenza politica in genere, si distingue dallo chirachismo essenzialmente in questo: accetta e assume la guida del rinnovamento, mentre il presidente uscente e il suo staff si preoccupavano soprattutto di preservare una continuità. La differenza è così marcata che ha preso, negli ultimi anni anche se un po’ attutita durante la campagna elettorale vera e propria, le forme della «insurrezione».

Sarkozy eredita da Chirac l’Eliseo ma senza la sua investitura: il presidente uscente ha espresso solo fugacemente e all’ultimo istante il suo appoggio a quello che doveva essere il suo candidato. Ci sono, come sempre in questi casi, motivi di incompatibilità personale, di rivalità, vecchie incomprensioni o rancori, ma al centro c’è proprio questa contrapposizione di valutazioni. In parte spiegabile con vicende esterne: Chirac è stato costretto nei suoi quarant’anni di carriera politica a livello nazionale, ad accettare più di una volta la «coabitazione »: prima da premier di Destra sotto un presidente di Sinistra e poi viceversa.

L’obbligo si è apparentemente trasformato via via in abitudine e in preferenza, particolarmente negli anni in cui il presidente Chirac ha avallato e dunque condiviso le scelte del primo ministro Lionel Jospin.Una «confluenza» accentuata dall’esito sorprendente dell’ultima elezione presidenziale in cui Jospin, candidato in teoria di tutta la Sinistra, fu abbandonato da milioni di suoi elettori al punto da essere eliminato dalla contesa cedendo il secondo posto in «finale» al candidato della Destra estrema Jean- Marie Le Pen. Gli elettori di Sinistra non ebbero scelta e Chirac fu rieletto plebiscitariamente. Ciò lo incoraggiò nella sua tentazione, presumibilmente preesistente, di leader «al di sopra delle parti», con conseguenze evidenti in due campi: l’economia e la politica estera. In economia si è prolungata nell’ultimo quinquennio la riluttanza all’adattamento al «secolo globale».

Le riforme condotte anche da governi socialdemocratici come quello di Tony Blair a Londra e almeno tentate da Gerhard Schrö der a Berlino sono state boicottate non solo dalla resistenza della Sinistra, dei sindacati e di gran parte della classe politica in genere, ma anche dall’Eliseo, custode geloso e orgoglioso di un «sistema» con radici antiche. Governata dalla Destra e dalla Sinistra, la Francia non ha mai rinunciato alla «unicità » della sua storia: quella di una nazione costruita attorno a uno Stato e non il contrario, centralista nei secoli della monarchia, durante la Rivoluzione, con Napoleone e dopo, fino a de Gaulle compreso. Più solido forse che in ogni altro fra i grandi Paesi europei è rimasto quello che è stato definito il «verrou jacobin», il catenaccio giacobino, ostile a ogni decentramento e affezionato al mito del rapporto senza intermediari dal principe al suddito e poi dallo Stato al cittadino.

Un sentimento che si è appoggiato fino a ieri su solidi pregiudizi dell’opinione pubblica, prima fra tutti l’ostilità allo «spirito del capitalismo », dunque al Mercato. Unsondaggio, condotto di recente dall’Università del Maryland in venti Paesi di cinque continenti indica che in uno solo la maggioranza degli interpellati rifiuta di riconoscere la superiorità dell’economia di mercato: la Francia, con il 36 per cento di sì e il 50 per cento di no (meno che in Italia e perfino in Russia, mentre il massimo consenso si riscontra addirittura in Cina, 74 a 20 che supera perfino gli Stati Uniti 71 a 24).

Una diffidenza che si ripercuote anche sulla politica estera e contribuisce a spiegare la conflittualità fra Parigi eWashington, determinata in gran parte dalla guerra in Irak e che ha raggiunto negli anni scorsi punte senza precedenti se non nella decisione di de Gaulle di mezzo secolo fa di far uscire la Francia dalla Nato e di costituire un arsenale nucleare indipendente. Lo chirachismo è stato in questo ultra-gollista. Sarkozy non lo sconfessa ma intende riportarlo a proporzioni ragionevoli. È il secondo dei due catenacci che cercherà di far saltare una volta insediato all’Eliseo.