Il tramonto dei Corleonesi il clan degli «intoccabili»

Angelo Vecchio

da Palermo

Mafia, storia infinita, misteriosa. Simile al volto di quell’uomo che sino a poche ore fa gli investigatori si sforzavano di ricostruire al computer immaginandolo in tanti modi. L’ultima testimonianza sulla sua fisionomia risaliva agli anni Sessanta. Adesso, eccolo Bernardo Provenzano: mostra più dell’età anagrafica. Sino a una decina di anni fa nessuno sapeva dare notizie su di lui: «Chissà dov’è», rispondevano gli investigatori. E all’insistenza dei cronisti allargavano le braccia. Poi, con un gesto meccanico univano l’indice e il medio di una mano e facevano il segno di croce: su e giù, poi da sinistra verso destra. Un gesto eloquente da queste parti, come per dire che l’ultimo dei «corleonesi» era morto.
Lo hanno preso in un casolare, altro che morto. Viveva come un poveraccio. Si nascondeva appena fuori Corleone, il suo regno, la sua fortezza, dove la paura di finire ammazzati consigliava la gente a diventare sorda e cieca. Già, Corleone. Un nome ingigantito e reso immortale da Mario Puzo, che un giorno si era messo davanti alla macchina per scrivere e aveva creato la figura di don Vito, che di cognome fa - appunto - Corleone.
All’inizio degli anni Quaranta, Corleone era solo un paesino agricolo della provincia di Palermo. Nei feudi spadroneggiava un giovane campiere che accudiva alle terre di Michele Navarra, un medico, primario dell’ospedale, con la passione per Cosa nostra. Quel giovane «guardiano» era Luciano Liggio, che quand’era ragazzino nessuno avrebbe scommesso sul suo futuro. E sì, perché Lucianeddu aveva un brutto male alle ossa. Ma quel picciotto malato aveva fatto presto a imporsi, a eliminare il giovane sindacalista Placido Rizzotto, che pretendeva un salario più alto per i giornalieri di campagna, e anche del suo vecchio boss. Nell’agosto del 1958, infatti, don Luciano si era sbarazzato del vecchio padrino, assassinandolo assieme a un altro medico, Giovanni Russo. L’agguato era scattato mentre i due viaggiavano in auto. Almeno cento i proiettili sparati sulle vittime.
Cresceva Liggio e crescevano pure i due picciotti, che lo seguivano da diversi anni: Totò Riina e Bernardo Provenzano, «la belva», detto così per la ferocia con cui si liberava dei nemici.
Finito in carcere, Liggio si era affidato ai suoi «picciotti», Totò e Bernardo. La latitanza di Riina è duranta una ventina d’anni. Oltre quaranta quella di Provenzano. Con loro avevano scelto di sparire dalla circolazione anche le mogli: Ninetta Bagarella e Saveria Palazzolo. La moglie di Riina era tornata in paese assieme ai figli nel gennaio del 1993, a pochi giorni dalla cattura del marito. La donna di don Bernardo era ricomparsa qualche mese dopo, assieme ai due figli. E a chi le chiedeva dove fosse il marito lei non rispondeva, lasciando immaginare che il lutto che portava era da accostare alla sua vedovanza.
Dov’erano state le due donne? Della moglie di Riina si sa che viveva in una villetta di via Bernini, a Palermo. Poco o niente, invece, è venuto fuori sulla donna di Provenzano.
«È stata all’estero», dicono gli investigatori. L’ipotesi più attendibile è la Germania, dove i due figli di don Bernardo hanno studiato. Uno, il più grande, si è laureato di recente in Lettere. Adesso insegna in Germania, lontano da Corleone, dove da qualche tempo molte cose sono cambiate. E già, perché un tempo, quando don Bernardo non aveva ancora addosso quell’esercito di uomini delle forze dell’ordine che gli soffiavano sul collo, aveva un occhio attento sulla propria città. Era impensabile che accadesse qualcosa, come un furto in appartamento o qualche rapina, quandomai. Eppure, alcuni giorni fa un gruppo di giovani sono entrati in una masseria e hanno rubato alcuni attrezzi agricoli. I tempi che cambiano. Sino a pochi anni fa, quando don Bernardo non aveva alle calcagna quell’esercito di sbirri, nessuno si sarebbe permesso di fare un furto in paese, perché azioni così avrebbero richiamato l’attenzione di polizia e carabinieri. Il segno dei tempi.