Il tranquillo «Benessere» dei mitici anni Cinquanta

La commedia fece il suo esordio nel 1959 al Valle di Roma

Igor Principe

Pensare all'Italia degli anni Cinquanta riporta ad un Paese piegato dalla guerra, ma capace di raccogliere le energie e di rimetterle in circolo fino a farle deflagrare nel boom economico. Per milioni di famiglie la doverosa e legittima serenità coincise con il raggiungimento di tre obiettivi: esercitare un mestiere, acquistare una macchina, trovarsi una moglie (o, naturalmente, un marito). Quelle «tre M» furono per molti i vertici di un triangolo chiamato benessere. Per pochi, già baciati dal subdolo tepore della tranquillità economica, furono invece gabbie dentro alle quali morire di cinismo e indifferenza.
A raccontare la vita in quelle gabbie provvide Franco Brusati, con una commedia dal titolo emblematico: Il benessere. Debuttò nel 1959 al Teatro Valle di Roma, decisamente apprezzata da critica e pubblico. Entrambi vi avevano ritrovato quella capacità del teatro di essere specchio implacabilmente cristallino della società.
Prodotta dalla Fondazione Teatro Stabile di Torino, ora la pièce va in scena al Teatro Grassi (da martedì 11 a domenica 23). La dirige Mauro Avogadro e la interpretano, tra gli altri, da Elisabetta Pozzi, Graziano Piazza e Anita Bartolucci. Quest'ultima ha il ruolo di Emma; amica, ma solo in apparenza, della protagonista Flora (Pozzi). «Una ragazzaccia - racconta l'attrice -: frustrata e sola. Certo, non è che gli altri personaggi siano messi meglio: la coltre di finzione e ipocrisia li avvolge praticamente tutti. Non sarebbe dunque corretto attribuire a Emma quel fascino che viene dall'interpretazione di un cosiddetto “cattivo”, per sua natura caratterizzato da mille sfaccettature».
Tuttavia, Bartolucci parla a riguardo di un ruolo che le appartiene. Cinica e sola anche lei? «Direi di no (ride). Dico che lo sento mio per le asperità con cui ti chiede di confrontarti. Il disincanto domina la sua personalità, ma è un carattere che nasce da un desiderio di distruggere ciò che le sta intorno e lei stessa. E ci riesce, sia nei confronti di Flora sia nell' autopunizione che si infligge danneggiando la sua amica».
Quella figura così disillusa, capace di chiamare in causa il Padreterno chiedendogli di «coglierci adesso, di sorpresa. Come le trote, che si gettano nella padella ancora vive», è valsa a Bartolucci, pochi giorni fa, il premio Eti - Gli olimpici del teatro come miglior attrice non protagonista. Al momento della premiazione, la sua gioia debordava. «Ho ecceduto? Fa niente. Il mestiere dell'attore implica passione, è una fatica gioiosa, soprattutto oggi. Nel momento in cui viene riconosciuta, perché sminuire la propria felicità? Io vivo per il mio lavoro, e affermo con fanchezza che non mi basta sentirmi dire di essere brava. Desideravo questa forma di ufficialità, per di più riferita a una delle cose che ritengo di aver fatto meglio. Tante volte si vincono premi per ruoli in cui si crede di meno».
Nel disinteresse che invece abbonda sul palco, espresso da un marito e una moglie invischiati in un anticonformismo di maniera che essi chiamano, a torto, «libertà», Bartolucci ritrova molto di quel che ci circonda oggi. «Avverto lo stesso malessere, nascosto dietro la leggerezza con cui si affrontano le cose. Brusati, allora, seppe cogliere quei sentimenti con arte e capacità. Ma oggi, non vedo penne teatrali capaci di tanto. Mancano i drammaturghi che lavorino a fianco degli attori, come faceva un Pirandello. Da par mio mi ritengo fortunata, ho avuto un'educazione sentimentale al teatro da parte di Valli e De Lullo. Però sono ancora in cerca di una famiglia stabile, per quanto lavorare con questa compagnia sia stato eccezionale».