Transformers, ecco i robot con i conflitti adolescenziali

Presentata la pellicola prodotta da Spielberg e che uscirà il 29 giugno dedicata a una serie di giocattoli. Ricco di effetti speciali annoia nella parte più giovanilistica

La Hasbro, che li ideò nell'orwelliano 1984 e che ora li rilancia, li definisce «robot antropomorfi capaci di trasformarsi da giganti metallici in auto, aerei», ecc. In una primavera-estate costellata di séguiti - di Spiderman, di Pirati, dei Fantastici 4, e presto di Harry Potter e Shrek - perché nessuno vuol rischiare investimenti non collaudati, il film basato sui Transformers, e dal titolo uguale, ha il pregio d'essere un archetipo.

La nuova operazione commerciale coalizza specialisti come regista Michael Bay (Armageddon, Pearl Harbor) e come produttore esecutivo Steven Spielberg; schiera come protagonista Shia LaBeouf, un Dustin Hoffman in giovane, verboso quanto lo era Hoffman in Lenny. Naturalmente il lancio pubblicitario è stato ben calcolato. S'è aperto con la proiezione alla stampa un paio di mesi fa di alcuni frammenti del film ed è ripreso ieri con l'anteprima al Taormina Film Fest. L'uscita in Italia sarà venerdì prossimo, quando il pubblico più giovane non sarà ancora in villeggiatura; l'uscita americana avverrà invece una settimana dopo, in occasione della festa dell'Indipendenza (4 luglio).

Produttore, sceneggiatori, regista, attori, giocattoli, pubblicitari sono solo cinghie di trasmissione degli effetti speciali. I dialoghi di Transformers sono essenziali, non nel senso che dicono cose importanti, ma che sono «basici». I personaggi si caratterizzano per non essere quasi caratterizzati: così chiunque viva nella civiltà di massa può identificarsi nella loro inconsistenza. Allora il film sarà breve? Invece no, supera le due ore. Poiché sono tante, lo si è diviso in due parti, che si congiungono solo verso la fine: passabile è la parte fantascientifica, dove tutto è prevedibile, ma nulla è fastidioso; insopportabile è parte la giovanilistica, ennesima riproposta dei conflitti adolescenziali coi i genitori e con altri adolescenti. Trattandosi di un film «made in Spielberg», dove il buono deve somigliare a Spielberg in gioventù, il personaggio principale è un disastro nello sport, dettaglio che in un liceo o in un ateneo americano può rovinare la vita. Detto questo, che è poi il messaggio rivolto anche ai critici, solitamente non dotati fisicamente, Transformers è il solito polpettone di precedenti film con grandi ambizioni commerciali. Affiorano tracce di E.T., della Cosa, di X Files, di Indipendence Day, di Armageddon, di Christine, la macchina infernale e vari altri film del filone fantascientifico.

Al centro della storia, l'invasione della Terra. Essa comincia dal Qatar, o a meglio di un pezzo di deserto adibito a base militare statunitense. Che viene distrutta in pochi minuti: e qui affiora anche la prevedibilissima traccia di Pearl Harbor che, come Armageddon, è opera di Michael Bay. Quando non si combatte, con le truppe americane schierate a difendere tutti, arabi inclusi, in Transformers si fa vita di famiglia o di coppietta. Si affrontano ancora una volta l'orrida minaccia esterna e l'idilliaca serenità interna. Schema logoro, ma - finché fra San Diego, California, e Bangor, Maine, le moltitudini giovanili accorreranno al richiamo dello stereotipo - lo spettatore europeo dovrà colarsi queste idiozie incluse nel «pacchetto». Il resto è invece brioso e in certi istanti buffo, ma diluito oltre misura. È come se il polpettone Transformers fosse per vegetariani, pur contenendo frammenti di carne: se li volete, dovrete scavare dentro.