«Il Trap? Quel giorno ero in fasce...»

I vagiti del piccolo Marco, quel 28 maggio di diciotto anni fa, fecero da sottofondo alla festa di papà Franco e mamma Serena: l’Inter di Trapattoni vinceva il campionato. Ieri la stessa famiglia milanese, una delle tante, era ancora unita sotto la bandiera nerazzurra, e Marco si godeva la maturità conquistata da pochi giorni assieme ai mille record della banda Mancini. Sulle spalle la maglia numero 23 dell’omonimo Materazzi, l’idolo della baldoria bauscia come delle notti magiche al Mondiale tedesco. Nove mesi dopo piazza Duomo si riempie ancora di gioia e baccano da stadio, nelle vie attorno impazzano i caroselli a suon di clacson, ma stavolta oltre ai tricolori sventolano al cielo soprattutto i vessilli della Beneamata. Il popolo interista si è finalmente lasciato alle spalle anni di singhiozzi e di sogni, che gli avversari puntualmente realizzavano al posto loro. Quello che la Roma aveva tolto mercoledì scorso ieri ha restituito, così in pochi si aspettavano che il «grande giorno» capitasse in una tranquilla domenica di aprile. Tranquilla fino alle 16.47, attimo del fischio finale in quel di Bergamo, perché poi è esploso l’incontenibile entusiasmo di chi per troppo tempo ha atteso. E allora persino il fatidico 5 maggio di cinque anni fa ora non ha più significato. «Nessuno adesso potrà fermare la nostra voglia di urlare. Siamo fieri di essere interisti», afferma a testa alta un gruppo di ragazzi, in cima al fiume di persone che si riversa nelle vie del centro. La macchia neroblù ad un certo punto conta 30mila anime, a saltare e intonare gli inni delle battaglie vissute in Curva Nord. «Nessuno di noi è sceso in strada a celebrare lo scudetto assegnatoci in estate dopo la vergogna di Calciopoli - dice Massimo -. Oggi però la vittoria è totale, dimostra cosa può succedere quando il campionato è regolare». «Vinciamo senza rubare», scandisce la folla all’entrata della galleria, sintesi impietosa di quello che pensa, in cuor suo, ogni supporter dell’Inter. Immancabile il sarcasmo verso i cugini del Milan e i rivali «che stanno in serie B», cioè la Juve.
La tifoseria organizzata ha dato appuntamento in largo Cairoli per il corteo fino in Duomo, altri corrono a Malpensa ad accogliere i giocatori. Qualcuno pensa a un tuffo serale nella fontana davanti al Castello. Un brivido da dedicare a Zanetti e compagni. Di dediche speciali, però, il destino ne suggerisce eccome. Peppino Prisco, Benito Lorenzi, Giacinto Facchetti continuano a «segnare» gol commoventi nei cori degli interisti. Per la signora Manuela il momento della gloria «viene sempre dopo le sofferenze più grandi, quindi ora ha più senso essere felici e pensare a chi gioisce con noi da lassù». Mano nella mano, abbracciandosi, di corsa tra striscioni e bandiere coniate apposta per il quindicesimo trionfo, per tutta la notte gli interisti campioni d’Italia si sono ripresi la città. In mente una cosa sola: «Non mollare mai».