Trap tranquillizza l’Italia: "Biscotti non ne fanno più"

L’ex ct azzurro non ha ancora digerito quello di Danimarca-Svezia. E non cambia l’Irlanda: "Per la nostra credibilità e il rispetto dei tifosi"

Poznan - Fa un certo effetto ritrovare, dopo una vita, il nostro caro, vecchio, inimitabile Trap. E infatti appena mette piede nella sala delle conferenze dello stadio municipale di Poznan dalla platea dei giornalisti italiani parte un timido applauso di saluto che l'interessato non riesce neppure a cogliere appieno. È l'omaggio al lupo di mare che da 18 anni viaggia in giro per il mondo a insegnare calcio e non solo e forse anche a fare una buona pubblicità del nostro Belpaese maltrattato. Fa un certo effetto rivedere il Trap non tanto perché sia vestito di verde, e non avvolto nell'azzurro, non perché viaggi scortato dalla indispensabile interprete che provvede a ricucire con pazienza certosina il suo inglese maccheronico, non perché sembri appesantito più dalle due sonore sconfitte rimediate contro Croazia e Spagna che dagli anni che cominciano a lasciare qualche segno. No, fa un certo effetto ritrovare il caro Trap perché ha perso un po' dello smalto solito, parla con una vocina, conservando il famoso eloquio pieno di curve a gomito.

A un certo punto, per esempio, s'avventura a parlare della cultura mondiale del "biscotto", segnalando che «noi italiani siamo maestri negli accordi, abbiamo questa fama che bisognerebbe però condividere con altri paesi» prima di affondare il colpo che lascia il segno: «L'erba è sempre la stessa, l'erba è sempre verde (?) ma non si può fare di tutta l'erba un fascio». È complicato tradurre ai colleghi inglesi il senso letterale dell'espressione, bisogna provvedere con una sintesi: nessuno può farsi maestro in materia, insomma. E via così. Anche perché la ferita di Portogallo 2004 non si è ancora rimarginata sulla pelle del Trap. «È accaduto una volta, adesso ci sarà più attenzione da prte dell'Uefa, è molto difficile che si ripeta» il suo pronostico disincantato. Ed è la rincorsa giusta per assicurare che «l'Irlanda ha il dovere di giocare e bene la terza sfida per non mettere in discussione la credibilità del nostro lavoro».

Non fa più un certo effetto riconoscere il Giuanin da Cusano Milanino quando abbandona il foglietto con gli appunti scritti in inglesi per dare conto della decisione di attribuire a Duff la fascia di capitano in occasione della sua presenza numero 100, e si affida al suo italiano pittoresco, molto pittoresco. E, diciamola tutta, anche più efficace. Che scivola, circa a metà della conferenza, nella parolaccia appena i cronisti irlandesi gli ricordano le feroci censure di Roy Keane rivolto proprio al Trap e alla conduzione deludente dell'europeo. Giovanni toglie il microfono al suo capitano Robbie Keane e commenta passando velocemente dall'inglese all'italiano: «Questo Keane è stato un gran giocatore ma come allenatore non ha vinto un c…, orco zio!». Eccolo il nostro vecchio, caro, inconfondibile Trapattoni. Adesso può anche testimoniare di aver colto negli atteggiamenti di Cassano, che lui accompagnò al debutto in azzurro, una maturità non ancora conclamata, oppure segnalare che Balotelli sta tradendo gli stessi problemi denunciati alla stessa età da Antonio.

«Qui c'è la solita guerra tra il talento e la necessità del gruppo», sintetizza il ct che declina ai suoi la formazione completa, senza trucco né inganno. È quella titolare e d'altro canto, nonostante gli appelli a lanciare il rinnovamento, gli preme far sapere che agli italiani non intende fare sconti. «Io devo rispetto all'Irlanda e al suo pubblico che ci ha applaudito dopo i 4 gol ricevuti dalla Sapgna» la vera lezione finale.