Il trapianto che cambiò la medicina

Il suo nome è entrato nella storia, e non solo della medicina: Christian Barnard. È il chirurgo che il 3 dicembre 1967, in una clinica del Sudafrica, esegue il primo trapianto di cuore umano. Il mondo, incredulo, trattiene il respiro contando i giorni di sopravvivenza del paziente: saranno 18, poi l’uomo morirà per rigetto immunitario. Ma ormai la via è aperta, quello di Barnard e della sua équipe è un passo storico per l’umanità. Già un mese dopo, il 2 gennaio, si verifica il secondo tentativo. Oggi il trapianto del cuore per lo specialista è un intervento di routine.
Ma sono molti, oltre a quello di Barnard, i nomi dei medici che hanno fatto crescere la «scienza del cuore», a partire dal fisiologo bernese Albrecht von Haller che nel 1761 rilevò per primo il movimento del sangue dopo aver iniettato un colorante. Poi quello di René Läennec, francese, l’inventore dello stetoscopio; di Williem Einthoven, professore olandese di fisiologia, che nel 1902 sviluppò l’elettrocardiografo, e per questo ricevette il Nobel nel 1942. Nel 1938, invece, l’americano Robert Gross diede inizio all’era della moderna cardiochirurgia: esegì su una bambina la prima operazione riuscita su un vaso sanguigno vicinissimo al cuore.
Il resto è «cronaca»: Ake Senning, nel ’58, impianta il primo pacemaker artificiale, quindi l’exploit di Barnard, il primo by-pass cuore (l’arentino Favarolo nel ’67), l’uso dei defibrillatori grazie a Michael Mirowski (1980) e la somministrazione (Bodo Strauer, nel 2001) di cellule staminali nella coronaria per la cura del ventricolo sinistro in pazienti colpiti da infarto cardiaco.