Il trapianto è soltanto un gesto di egoismo

Parlare di trapianti suscita sempre un senso di angoscia. Vorrei che fosse chiaro: non perché si tocca il limite fra la vita e la morte, anche se in un primo momento è proprio questo che colpisce l'opinione pubblica e la spinge, o ad accettare in fretta, senza soffermarsi a pensarci, quello che sembra giusto alla società, oppure a ritirarsi del tutto dal problema. Il senso d'angoscia nasce dai «significati» che la pratica dei trapianti porta con sé e sui quali i responsabili nei vari campi che vi sono coinvolti - medici, politici, religiosi, filosofi, giornalisti - non hanno permesso di discutere adeguatamente informandone i cittadini. Non l'hanno permesso semplicemente perché se ne sono dimostrati subito tanto entusiasti da indurre al silenzio chiunque avesse anche il più piccolo dubbio. Wojtyla, per esempio, che ha presieduto un grande Convegno in proposito tenutosi al Gemelli, non volle tenere conto (tanto da non permetterne la diffusione) di un importante documento inviatogli in quell'occasione con la firma di centinaia di anestesisti e cardiochirurghi cattolici americani, che gli facevano presenti i gravi motivi della loro opposizione alla definizione di «morte cerebrale». Fatto sta che sulla «morte cerebrale» non si è discusso più. Sul «traffico di organi», cosa che di per sé avrebbe dovuto suscitare l'orrore più assoluto, si sono accumulate informazioni e documenti di ogni genere, a partire dall'espianto di organi a pagamento nei campi profughi palestinesi, nelle lande più povere della Giordania, dell'Afghanistan, del Pakistan, dell'Egitto, all'espianto di reni delle donne in India per acquirenti occidentali; dalla sparizione di migliaia di bambini uccisi a questo scopo e segnalata più volte dalle Missionarie che operano in Messico e in Brasile (e perfino in Italia dal nostro ministro dell'Interno) alla sparizione organizzata di innumerevoli immigrati clandestini non appena mettono piede negli Stati Uniti. Se ne parla un giorno, al massimo due; poi cade il silenzio.
Come dicevo, il motivo più profondo e probabilmente non del tutto consapevole, che entusiasma le istituzioni e i politici, e che induce all'accettazione l'opinione pubblica, non è quello sanitario, ma la conferma dei due principi cardine sui quali si regge la società contemporanea. Il primo è quello dell'uguaglianza, uguaglianza che raggiunge ovviamente il suo massimo con l'interscambiabilità fra i corpi degli individui; il secondo è il principio della «vittima», che è stato pur sempre Wojtyla a trasferire teologicamente dal Salvatore, unica vittima offerta per tutti, ad ogni uomo che «è chiamato ad esistere per gli altri, a diventare "dono" all'altro uomo» (Mulieris Dignitatem, 7.)
Il fascino del diventare «vittima» è stato sempre molto forte in un certo tipo di personalità e oggi, a causa dell'inaridimento delle religioni (fondate sul «sacrificio») e della vita culturale e sociale tutta concentrata nel benessere materiale, non trova quasi nessun modo per realizzarsi. Probabilmente la spinta a «donare gli organi» viene da qui. Del resto la parola «dono» non avrebbe mai dovuto entrare nel linguaggio riguardante i trapianti perché porta con sé risonanze sacrificali che giungono da un passato millenario. Ma c'è un altro motivo, quello più grave, per il quale bisognerebbe tendere, non a incrementare, ma a far diminuire i trapianti, nella speranza di poterli eliminare del tutto: l'atroce egoismo che ci attanaglia e che ha finalmente trovato, con l'impadronirsi del corpo di un altro, la sua massima realizzazione. Non è sulla generosità di chi «dona» un organo che dobbiamo concentrare la nostra attenzione, ma sull'egoismo di chi lo vuole e lo accetta. Il prof. Marino si stupisce che in Italia, contrariamente a quanto succede in altri Stati, vi siano poche donazioni fra parenti e vorrebbe che aumentassero. Credo, viceversa, che gli italiani, sottoposti per secoli al potere di chi li ha dominati predicando lo spirito «vittimale», ne abbiano ben presenti, anche se non ne sono del tutto consapevoli, le implicazioni negative e guardino con obiettività e con sano realismo all'animo umano. Ecco perché la normativa sui trapianti cosiddetti samaritani, oltre a essere davvero superflua (riguarda al massimo una manciata di casi), forse incostituzionale per l'invito ad automutilarsi, finisce per essere anche moralmente negativa.