TRAPPOLA AL CENTRO

Questo stucchevole dibattito sul centrismo è quanto di più italiano (nel senso peggiore, quello per cui i cittadini dei grandi Paesi ci prendono in giro) ci possa essere. È, intendiamoci, un falso dibattito perché non c’è nulla da dibattere, benché a Rimini sembra che non si faccia altro con grande spreco di titoli in video e su carta stampata. Adesso abbiamo anche avuto il numero da teatrino parrocchiale di Francesco Rutelli che elegge l’avversario ideale, subito dopo le convincenti spiegazioni di Formigoni, accompagnate dalle rassicurazioni a Silvio Berlusconi di Rocco Buttiglione, per confermare che le candidature alternative erano solo giochi virtuali tanto per passare la serata. La questione, come ogni cittadino adulto sa perfettamente, è però una sola: il bipolarismo, ovvero il cammino verso due grandi partiti come in Germania, in Inghilterra, come in America e nella maggior parte delle grandi democrazie, serve ad uno scopo preciso: garantire al cittadino la leva del comando. Il cittadino infatti vota per una coalizione (o per uno dei due partiti) e manda a casa l’altro, assume e licenzia, punto e fine della storia. Ma soltanto se ci sono due partiti o al massimo tre (o quattro come in Germania dove però ai partiti più piccoli neanche passa per la testa di chiedere il Cancellierato) comanda realmente il cittadino, mentre invece se il protagonista della politica è un’altra balena bianca di centro, allora comanda la balena e non comanda più il cittadino che diventa un servitore della politica e dello Stato. Tutto qui.
Chi vuole scomporre le faticose coalizioni per ricomporre un centrone o un centrino, desidera semplicemente estorcere all’elettore un mandato in bianco con cui poter fare quel che gli pare e allearsi con chi gli pare alle spalle del popolo che da sovrano torna ad essere il popolo bue. E allora, si dirà, perché tutta questa frenesia estiva, questo montare la panna su una questione che non c’è? La risposta è semplice: per tentare di far fuori Berlusconi. Obiettivo, intendiamoci, perfettamente lecito in politica, ma che in Italia oggi e con questi sotterfugi da miserabili risulta ipocrita come è facile capire: coloro i quali ipotizzano en passant, come ha fatto il nostro amico Rocco Buttiglione, che bisogna pensare a un nuovo premier, sono perfettamente al corrente della circostanza più ovvia e cioè che oggi come oggi la coalizione di centro destra o comunque si possa domani chiamare, ha almeno il cinquanta per cento delle possibilità di vincere soltanto se Berlusconi resta il candidato premier. E questo perché nessun altro leader politico, oggi, ha la minima probabilità di raccogliere i voti necessari per la maggioranza in Parlamento. Questa non è politica fumosa: è aritmetica, è logica.
E allora, poiché ciò è ben noto a tutti, coloro che parlano di centro e di candidature alternative (a campagna elettorale aperta) si dividono in due gruppi: quello di coloro che vogliono indicare un candidato di bandiera per la naturale e necessaria parata delle identità, e coloro che giocano invece a far perdere la coalizione per sbarazzarsi di Berlusconi: muoia Sansone, con tutta la Casa delle libertà che gli crolla sulla testa. Non ci vogliono molte paia d’occhiali per riconoscere gli uni e gli altri. Ma il fatto politico grave è l’attacco all’appena conquistato diritto dei cittadini ad assumere e licenziare una politica con un programma e un leader, per ricondurli dentro il grazioso ecosistema medioevale dei molti forni e del debito pubblico per le clientele. Naturalmente c’è chi trova divertente scardinare la democrazia dell’alternanza e sono i veri poteri forti: forti quando la politica è debole e deboli quando la politica è nelle mani dei cittadini.
p.guzzanti@mclink.it