TRAPPOLA DA EVITARE

Roberto Calderoli ha resistito nei giorni scorsi con una tenacia degna di miglior causa agli inviti del premier e del titolare della Farnesina a togliersi la maglietta anti-Islam. Durante un’intervista televisiva ha anche tentato di mostrarla, di farla riprendere dalla telecamera, con visibile imbarazzo del giornalista ospite. Probabilmente continuerà a portarla, ma adesso, quando le notizie da Bengasi conferiscono al caso una tragica gravità, l’abbigliamento che predilige diventa un fatto del tutto privato, dato che si presume abbia il buon senso e il buon gusto di dare le dimissioni e di togliersi la maglia da ministro delle Riforme.
La reazione del capo del governo è stata ferma e inequivocabile, tanto che un’agenzia di stampa nella notte così titolava una nota di aggiornamento: «Berlusconi licenzia Calderoli».
Il disappunto del presidente del Consiglio e dell’intera maggioranza è comprensibile: il nostro Paese e il nostro governo, con pazienza e abilità, hanno guadagnato credibilità e prestigio nel Maghreb e nel Medio Oriente e in quest’area l’azione diplomatica italiana diventa un importante fattore di stabilità. Dopo anni di contrasti e di controversie, sono stati ristabiliti buoni rapporti con la Libia di Gheddafi, il che ci ha consentito di controllare e ridurre, almeno in parte, i flussi d’immigrazione clandestina. Risultati importanti e ora tutto è offuscato da un’operazione propagandistica che Calderoli ha sviluppato guardando più agli umori del suo elettorato che agli interessi generali. Non ci piace il gioco della censura, ma dovrebbe essere evidente che quel che è consentito a un esponente di partito a un raduno di militanti, non è permesso a un ministro della Repubblica, perché anche ciò che porta sotto la camicia si riflette sull’immagine del Paese e dell’esecutivo che lo guida. E né il Paese né il governo, in piena campagna elettorale e in un momento delicatissimo per la diplomazia occidentale, avevano bisogno di ciò che è accaduto davanti al nostro consolato di Bengasi. Non bisogna dimenticare, inoltre, che le tensioni che adesso si registrano davanti alle nostre sedi all’estero potrebbero avvertirsi anche sul territorio nazionale. Il ministro dell’Interno fa un buon lavoro, ma altri esponenti del governo non dovrebbero rendergli più difficile il compito.
Le incognite sono tante. Sappiamo perfettamente chi soffia e perché sui fuochi che le masse arabe sono eccitate ad accendere. Sappiamo bene che questi incidenti sono pilotati da centrali terroristiche che intendono condizionarci, costringerci a rinunciare alle nostre tradizioni di libertà, tradizioni che dobbiamo difendere e preservare. Da noi nessuno sarà mai condannato, con sentenze o «fatwa», per aver pubblicato vignette satiriche, ma non dobbiamo nemmeno sviluppare inutili provocazioni nei confronti di chi non ha ancora ben chiare le distinzioni fra laicità e integralismo, fra religione e Stato. Un ministro, poi, ha obblighi diversi e più impegnativi dei cittadini che esercitano i loro diritti di libertà.
I terroristi islamici hanno dichiarato guerra al nostro modo di vivere. Ebbene, posto che unilateralmente è stato aperto un conflitto, anche se noi non ci consideriamo in guerra e non prendiamo iniziative aggressive e inutilmente offensive, non è il caso di aiutare gli aggressori facendo il loro gioco. Se di guerra si tratta, bisogna evitare l’«intelligenza col nemico».