Trappola di Zarqawi: 160 sciiti morti a Bagdad

Il super-ricercato: sterminio totale degli amici degli americani

Gian Micalessin

La perversa, geometrica creatività del terrorismo iracheno ha di nuovo superato se stessa. Per farlo ha scelto il sobborgo sciita di Kadhimiya. In quel quartiere di Bagdad, all’inizio del mese, la suggestione di un attacco suicida trasformò un pellegrinaggio in mattanza collettiva. Quella volta la folla impazzita calpestò e uccise mille persone. Fu la peggior tragedia dalla fine della guerra. Ieri a Kadhimiya è arrivato un terrorista autentico. Questa volta i suoi oltre duecento chili d’esplosivo autentico, nascosto in un pick up blu, hanno spazzato via in un colpo solo 114 persone e ne hanno mutilate centinaia. La seconda peggior strage, dalla fine della guerra, dopo quella con 125 vittime messa a segno a Hilla, a sud della capitale all’inizio dell’anno. Se ai morti di Kadhimiya s’aggiungono le 16 vittime di una dozzina d’autobombe, i 17 civili sciiti uccisi in una piazza di Taji, a nord della capitale, e le decine di vittime di vari altri attacchi o attentati il conteggio totale supera i 160 morti e i 550 feriti. Uno dei più sanguinosi bilanci quotidiani dalla caduta di Saddam Hussein.
Una carneficina che l’aberrante logica delle cellule irachene di Al Qaida e del loro comandante Abu Musab al Zarqawi presenta come rappresaglia per l’offensiva lanciata da governativi e statunitensi nella provincia di Tal Afar, al confine con la Siria. «Vogliamo congratularci con la nazione musulmana, la battaglia per vendicare Tal Afar è iniziata», recita un comunicato apparso subito dopo gli attacchi su un sito della cellula irachena di Al Qaida. Ma Zarqawi si è spinto oltre, proclamando una «guerra di sterminio totale contro gli sciiti, «ovunque si trovino».
La sciarada dell’orrore inizia a Oruma Squame, la piazza di Kadhimiya dove ogni mattina si radunano manovali e operai in cerca di lavoro. A Oruma ce ne sono anche ieri centinaia. Lui gli s’infila in mezzo, spinge il suo furgone blu tra la folla, parcheggia davanti al marciapiede. Nayif Atshan, 58 anni, non riesce a cancellare dalla memoria il suo volto. «Se chiudo gli occhi lo vedo ancora, apre la porta, scende dalla cabina, fa segno di avvicinarsi, qui c’è lavoro per tutti - urla - … gli operai fanno a gara per buttarsi nel cassone e lui sorride, attende fino a quando il furgone è pieno poi si rimette al volante… ricordo il suo viso e la fiammata… quando ho riaperto gli occhi piovevano sangue e grappoli di carne, c’erano pezzi di carne ovunque, laghi di sangue e macchine in fiamme».
Nayif è uno delle centinaia di feriti ammassati sul pavimento dell’ospedale di Kadhimiya. Ha perso una gamba, attende che un medico si occupi di lui. Attorno è l’inferno. I dottori distribuiscono ai parenti le soluzioni saline da endovena. È l’unica medicina ancora disponibile. La riceve solo chi ha qualcuno in grado di infilargliela nel braccio e reggerla. I chirurghi scavalcano corpi raggomitolati e scossi da brividi, selezionano i casi più gravi, lasciano consumarsi quelli disperati, rimandano a più tardi quelli non in pericolo di vita. Un rito atroce aggravato dall’assenza di antidolorifici, dalla mancanza di bende, disinfettanti e infermieri. La scena si ripete all’ospedale di Yarmouk e in tutti quelli vicini alla strage. In quei gironi infernali chi ancora parla non smette di ricordare l’orrore a cui è sopravvissuto. «La gente bruciava viva, altri avevano perso mani e gambe, un uomo si teneva in mano gli intestini», racconta Hassan Mayid ai familiari increduli di averlo ritrovato vivo nonostante le due schegge nella coscia.
La strage di Khadimiya è preceduta dall’eccidio di Taji, a nord di Bagdad, dove nella notte un gruppo di armati preleva dalle case 17 civili sciiti per ucciderli, a uno a uno, con un colpo alla nuca. Subito dopo la strage di Kadhimiya almeno undici civili muoiono a nord di Bagdad dove il veicolo di un kamikaze esplode tra la folla in fila per riempire di gas le bombole da cucina. In serata almeno undici soldati americani risultano feriti da esplosioni, mentre un attacco a un convoglio della polizia seguito da un’autobomba piombata sui soccorritori ammazza almeno undici tra soldati e poliziotti. A Baqouba, a nord della capitale, il generale dell’esercito iracheno Haider Ibrahim Alì e due guardie del corpo cadono in un agguato.
In questa giornata senza pace l’unico fatto positivo sembrerebbe la consegna all’Onu della bozza finale della Costituzione. Ma le poche modifiche apportate sono ben lontane dall’aver soddisfatto le richieste sunnite. La premessa rende assai improbabile la sua approvazione nel referendum del prossimo 15 ottobre quando, per vanificarla, basterà il voto negativo delle tre province sunnite.